lunedì 25 luglio 2016

Intervista all'archeoastronomo Adriano Gaspani: enigmi cosmici dalla preistoria al medioevo





Recentemente ho avuto l’onore e l’opportunità di intervistare Adriano Gaspani, noto scienziato impegnato nel campo dell’Archeoastronomia, operante presso l’Osservatorio Astronomico di Brera. Le ricerche del dott. Gaspani in questi anni si sono indirizzate verso una serie di studi di rilevamento scientifico, volti a sondare numerosi siti archeologici di rilevanza astronomica databili dall’età protostorica a quella medioevale, ossia quelli più misteriosi e poveri d’informazioni, tanto in Europa quanto nel resto del mondo. Oggi il Dottore farà chiarezza sui molti interrogativi e miti da sfatare legati al moto delle stelle, che hanno accompagnato la storia umana nei secoli.

D: Dottor Gaspani, ci spiega in cosa consiste il mestiere dell'archeoastronomo?
R: L’archeoastronomo è uno studioso che si occupa della forma di astronomia più antica, che va dal periodo pre-letterato, cioè quando non era ancora presente la scrittura, fino al medioevo.

D: Il suo luogo d’origine, e mi riferisco alla Val Brembana e il relativo contatto con la natura, deve aver sicuramente inciso sui suoi studi e interessi. E’ così?
R:  Sebbene io sia originario di Bergamo alta, la mia lunga esperienza nella valle fin dall'infanzia deve aver certamente influito.


D: Com'è nata questa passione?
Da  oltre trent’anni faccio parte dello staff dell'Osservatorio Astronomico di Brera; poi, ho iniziato già negli anni ’90 del secolo scorso a svolgere ricerche nel campo dell'Archeoastronomia (Società Italiana di Archeoastronomia, SIA). Il mio settore di ricerca concerne i periodi protostorico e medioevale in Europa, ma anche il perfezionamento delle tecniche di rilevamento dei siti archeologici di rilevanza astronomica e dell'analisi dei dati raccolti.

R: Cosa l’ha portata a questa peculiare svolta?
D: Vede, da piccoli, quando alle scuole Elementari gli insegnanti ci raccontavano che i Romani erano “i più i gamba di tutti”,  io già avevo iniziato a nutrire dubbi a proposito. Magari erano per davvero i più in gamba, ma da quel momento iniziai a documentarmi, con l’intenzione di farmi idee su realtà differenti.

R: E cosa scoprì?
Venne fuori che il mito della romanità inculcatoci, quello del grande Impero, era fondamentalmente limitato al bacino del mar Mediterraneo: effettivamente un po’ piccolo, se confrontato con quello di altri grandi popoli dell’antichità, come ad esempio quello cinese. Il mito italiano della romanità alla fine derivava da una strumentalizzazione culturale a fini politici tendente a sostenere l’idea dell’unità dell’Italia, la quale è uno Stato, ma non una nazione.

D: Un ripasso per noi e per i nostri lettori: con chi ebbe inizio l’astronomia?
R: Ai miei studenti vado dicendo, in genere, che il mestiere dell'astronomo è il secondo mestiere più antico del mondo: esso ebbe inizio fin dalla preistoria: 30.000 anni fa, se ci basiamo solo sui reperti documentari, per lo più ossa incise con tacche che riproducono il computo lunare, ma e’ facile immaginare che il cielo sia stato osservato ben prima di quella remota epoca.


D: Con chi ebbe inizio la vera astronomia intesa come tale? Forse con il greco Tolomeo (astrologo, astronomo e geografo greco)?
R: In realtà Tolomeo, essendo un greco d’età ormai tardo-ellenistica (100-175 d.C, addirittura ai tempi dell’impero Romano) fu preceduto, e alla grande! Tolomeo potrebbe anzi essere riconosciuto come il più grande imbroglione della storia. Il suo “Almagesto” (opera in cui Tolomeo raccolse la conoscenza astronomica del mondo greco) è una delle frodi scientifiche più grandi della storia. Fu un geofisico inglese (Newton, solo un omonimo di quello più noto) a smascherarlo. Quando Newton si mise a studiare il catalogo di stelle anticamente riportato da Tolomeo scoprì che il famoso alessandrino non aveva osservato tutte le stelle, ad una ad una, come aveva sostenuto, ma una sola: “Spica”, ossia una stella di prima grandezza situata nella costellazione della Vergine: vi scoprì lo spostamento precessionale per cui, basandosi sul catalogo dello scienziato Ipparco, vi aggiunse uno spostamento costante per tutte le stelle successive, riportandole come se l'avesse osservate davvero lui. In realtà gli effetti della precessione lunisolare dipendono dalla posizione delle stelle sulla sfera celeste e quindi non sono sempre della stessa entità per tutte.

D: In pratica Tolomeo si era limitato a citare e a riadattare una fonte di gran lunga antecedente: quella di Ipparco di Nicea (190-120 a.C).
R: Proprio così, e lo fece accettando e casomai riadattando soltanto le osservazioni che concordavano con le sue teorie planetarie, mentre escluse tutte le altre.


D: Tolomeo ebbe la fortuna di essere molto noto, tanto che per i musulmani era quasi venerato come un santone. In realtà l'astronomia intesa come tale ebbe inizio molto prima: forse con i babilonesi. Ma quando si inizia ad avere una scissione definitiva tra astronomia e astrologia?
R: Anticamente erano quasi la stessa cosa, a differenza di oggi. Furono un tutt'uno almeno fino a tutto il Medioevo europeo.

D: Partendo da basi classiche, comunque imprescindibili, Lei si è chiaramente interessato ad un astronomia delle culture non classiche, legate anche in un certo senso al nostro passato: quello dei camuni, dei celti…non per nulla la Sua più importante scoperta, o perlomeno la più discussa…
R: Sì. Gli studi relativi al grande cerchio di pietra degli antichi Comenses in località Tre Camini, presso Como, sono quelli che hanno certamente destato maggior scalpore. 



D: Cosa ci dice a proposito?
R: Si tratta di un grande sito archeologico databile al VI secolo prima di Cristo, costituito da un doppio cerchio di pietre tonde. La tipologia di struttura è analoga ai recinti tombali della cultura di Golasecca, ma con la caratteristica di essere molto più grande. (68 mt. Di diametro: 34 mt. di raggio x il cerchio esterno, 32 mt. di raggio per il secondo circolo interno più una piattaforma centrale di 13,5 mt.). Esso, però, non era destinato ad accogliere tombe, come accadde invece nel Monsorino (la famosa area archeologica di Golasecca presso Sesto Calende, in prov. di Varese.), che fu adibito a luogo di sepoltura. Il duplice cerchio di Tre Camini era un sito di rilevante valenza sacrale, destinato ad accogliere un sistema di osservazione astronomica.


D: Può spiegare ai nostri lettori cosa sono “il punto di stazione” e “i punti di collimazione”?
R: In quel cerchio, suddivisibile in 72 spicchi circolari, vi era un punto di stazione, mobile e collocato nel cerchio lungo il corridoio circolare esterno; invece, il punto di collimazione era fisso nel centro geometrico della struttura circolare ed era messo in relazione con il profilo delle alture circostanti che creavano l'orizzonte naturale e focale degli antichi astronomi. Essi (Monte Croce, Monte Tre Croci, Monte Caprino) venivano utilizzati per osservare la levata del Sole e degli astri e il loro tramonto.

D: Cosa può dirci circa l’eventuale  presenza dell'acqua, prevista in mezzo ai due cerchi?
R: In queste culture essa era onnipresente: aveva un’importanza sacrale. Il cerchio, infatti, era probabilmente cinto da un paio di fiumicelli: il Seveso e il Valle Grande. La funzione di questo sito astronomico di tipo calendariale era indubbiamente legata al culto, ma non solo. Il sito, ben drenato dal punto di vista idrogeologico, confinava a sud con una vasta pianura adatta alla pratica agricola e all’allevamento, mentre a nordest lo proteggeva una fascia collinare (l’attuale Parco della Spina Verde) dove anticamente sorgeva l’abitato protostorico di Pianvalle. Gli antichi delinearono una mappatura del cielo sulla terra, per prevedere il corso delle stagioni e regolarsi di conseguenza.

D: Si può trovare affinità tra circoli di pietre come questo, più vicini alla nostra cultura, e quello, celeberrimo, di Stonehenge?
R: Un'affinità può esserci, ma con un grandissimo divario cronologico: Stonehenge fu eretta nel 3500 a.C.; il cerchio di pietre di Tre Camini è databile al VI-VII secolo avanti Cristo. Ma vi furono cerchi ancora più antichi, come quelli ritrovati in Germania: non di pietre, ma di pali di legno, essi sono databili tra il 4000 e il 500 a.C.

D: Per quanto riguardava le tombe, qui in Italia a Golasecca come all’estero, perché recintarle?
R: Il cerchio di pietre delimitava lo spazio, non tanto con la funzione proteggere la parte interna, quanto per tutelare coloro che si trovavano fuori dalla tomba, dalle forze ultraterrene generatesi: i sepolcri erano quei luoghi dove, secondo i druidi, si scatenavano le forze degli dei, e dove quindi non poteva entrare la gente comune.


D: Era un’area spettante soltanto i sacerdoti: forse, i druidi?
R: Più esattamente, i custodi del santuario. I druidi operavano all’interno della tribù, dove svolgevano le funzioni di guaritori, uomini di legge, agrimensori…ma chi gestiva il santuario vero e proprio era il “gutuater”,  non il druido.



D: A proposito di nuovi studi di rilevamento scientifico, volti a sondare numerosi siti archeologici, Lei ha approfondito il metodo d'analisi delle coppelle (fori effettuati nella pietra dalle prime civiltà, forse come recipienti a scopo propiziatorio) “mediante reti neuronali artificiali”. Cosa vuol dire?
R: Si tratta di un esperimento che si può implementare via software. Di fronte a un problema troppo difficile da risolvere o di cui non si ha la soluzione, esso può essere sottoposto a una rete neuronale artificiale addestrata mediante una serie di esempi con la relativa soluzione. La rete per esperienza impara dall’esperienza ed è capace di darci una soluzione approssimativa per associazione. Nel caso delle coppelle, nessuno sa esattamente a cosa servissero: vi sono numerose ipotesi a riguardo. Vi è chi sostiene che gli antichi delineassero costellazioni sulla pietra; per altri servivano ad accendervi fuochi rituali, o a versarvi sangue e altre offerte agli dei. Uno dei più grossi problemi è quello della datazione: vi furono buchi effettuati in un secondo tempo (le coppelle continuarono a scavarle fino a non troppi anni fa, vicino le chiese: si beveva l’acqua in cui era stata emulsionata la polvere che derivava dallo scavo, ritenuta miracolosa); altre, le finte coppelle, erano soltanto buchi creati dal fenomeno di erosione. Siccome il problema non è risolvibile in termini algoritmici, allora si è cercato di addestrare una rete neuronale artificiale in maniera tale da imparare, o meglio, da indovinare le risposte.




D: E’ estremamente importante evidenziare un fenomeno celeste molto influente per quanto riguarda gli studi di archeoastronomia: “il moto di precessione” (Esso è uno spostamento millenario della Terra, in cui l’asse compie un movimento orario lento ma continuo, volto a modificare l'orientamento del suo asse di rotazione rispetto alla sfera ideale delle stelle fisse). Circa questo fenomeno, la cui conoscenza oggi consente di ricostruire, spesso attraverso programmi su computer, l’aspetto del cielo in epoche molto remote, ingannò per secoli molti uomini che, senza poter disporre delle vostre tecnologie osservavano il cielo senza poterne più trarre auspici. Che dire a riguardo?
R: Tra i mestieri di noi archeoastronomi vi è quello di ricalcolare le posizioni in cui le stelle si trovavano nei tempi antichi. In età Augustea esplose la moda dei culti misterici: di Iside, Osiride, Mitra e Serapide, importati dall'Egitto. I soldati che vivevano nel vicino Oriente si convertirono a questi culti e poi li esportano a Roma. Siccome i legionari, che avevano “un aldilà bruttissimo,” (L’Oltretomba nella concezione romana era il regno del silenzio, il luogo in cui si viveva privati della parola. La morte era angoscia, incertezza e fallimento senza speranza)  preferirono assumere queste nuove religioni e le portarono in madrepatria dove si cominciò a costruire i primi templi dedicati a dei orientali: i serapei,  i mitrei e gli isei. Si trattava di culti astrali, praticati in segreto da iniziati, col favore del buio e della notte e che la mattina terminavano i riti dopo aver letto le stelle. Queste abitudini rituali sono testimoniate anche nell'Asino d'Oro di Apuleio. E’ normale che dopo due secoli, non quadrando più le stelle nelle direzioni giuste, gli uomini non capissero più nulla.

D: E allora che accadde?
R: Accadde che Iside e Osiride non rispondevano più ai sacerdoti. Credevano che i loro dei non fossero più in grado di dominare il cielo. Allora, con l’arrivo congiunto del Cristianesimo, smisero di crederci e i culti misterici praticamente scomparvero.



D: Astronomia e astrologia continuarono a convivere nel corso del Medioevo, sia negli edifici sacri sia in quelli profani.
R: Tutte le chiese andavano costruite mediante un preciso allineamento astronomico: il simbolismo di Cristo era legato al sole, e il canone romano esigeva di erigere chiese con l’asse della navata orientato  verso il sole nascente agli equinozi. I Longobardi invece, come da tradizione nordica, preferivano erigerle verso il sorgere del Sole orientato al solstizio d'estate

D: E a proposito di astronomia e castelli?

R: Sappiamo tutti che i castelli sono fortificazioni militari, ma…quando venivano costruiti, anche in questo caso poteva sorgere tutto un discorso di tipo astrologico, perché diventassero inespugnabili. I testi del 1200 tramandano che per costruire un castello bisognava tenere conto non solo di criteri edilizi ma anche della posizione di Saturno tra le costellazioni zodiacali. Inoltre, quando si completava un castello, la tradizione voleva che i costruttori usassero incidere un simbolo zodiacale nascosto tra le mura: finché nessuno lo ritrovava, il simbolo rendeva la fortezza invincibile.



D: Lei ha partecipato all'evento “Busto folk” per ben due volte (2013 – 2014). La sua partecipazione a giornate di studi accompagnate, la sera, dalla presenza di manifestazioni folkloriche con tanto di balli, musica celtica e rievocazioni storiche lascia presagire la volontà di coinvolgere con i vostri studi anche coloro che non sono dell'ambito.
R: Questo è certamente uno degli obiettivi, ma vi è anche quello volto al recupero delle nostre tradizioni.

Quando gli chiediamo quali siano i suoi progetti per il futuro, il professor Gaspani rivela di averne in ballo molti, anzi moltissimi. Tra i suoi numerosi studi e collaborazioni ricordiamo soltanto "L’astronomia dei Celti, Stelle e Misura del Tempo tra i Druidi" (1997), "La cultura di Golasecca, Sole, Luna e Stelle dei primi Celti d’Italia" (1999), "La civiltà dei Camuni, Sole, Luna e Stelle nell'antica Valcamonica" (2002), "I vikinghi, Storia, Religione,  Astronomia e Calendario degli antichi dominatori dei mari (2004) e la collaborazione in “Bedolina: La città ritrovata, 5.000 anni di vita in Valcamonica incisi sulla roccia"; "Introduzione all’archeoastronomia: nuove tecniche di analisi dei dati” (2006), “Verona: Origini storiche e astronomiche” (2009). Vista la presenza di un buon numero di lettori piemontesi e in particolare ossolani, sempre a proposito di massi erratici e pietre fitte ricordo con piacere che lo scienziato ha partecipato anche alle valutazioni sull’l'orientamento astronomico del sito archeologico di Montecrestese e delle sue strutture ad ipogeo (Castelluccio I e II e Croppola I e II.)


Marco Corrias (alias Marc Pevèn)

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