domenica 24 luglio 2016

Carlo Borromeo: il Santo di Ferro.




Personaggio scomodo e discusso quello di San Carlo Borromeo: fu il primo santo dell’età moderna, soprattutto uomo del suo tempo, con le sue convinzioni e superstizioni. Alcuni ricordano la sua attività d’inquisitore, altri rammentano la sua attività propositiva in Milano.
Il futuro grande vescovo di Milano, secondo per fama solo a Sant'Ambrogio, vide la luce nel 1538 ad Arona, nel maniero di famiglia: terzogenito del conte Gilberto Borromeo e niente meno che di Margherita de’ Medici, rampollo di nobile famiglia, agevolato dal blasone e dalle ricchezze, (i Borromeo già dal Medioevo furono dapprima banchieri, poi nobili con un ruolo di spicco nella Milano d’età Visconteo-Sforzesca) il giovane Carlo ebbe da subito una fulminante carriera religiosa: a soli sette anni fu tonsurato e a ventidue ricevette il cappello cardinalizio. A quei tempi i figli cadetti della nobiltà, se poco propensi all'uso delle armi, volenti o nolenti erano destinati alla carriera liturgica.


La morte della madre nel 1547 e del padre nel 1558, oltre a turbarlo profondamente, lo costrinsero a farsi carico della gestione del patrimonio famigliare e a prendersi cura delle numerose sorelle. Iscrittosi al celeberrimo Ateneo di Pavia, il giovane Borromeo cercò sempre di evitare l’ambiente studentesco e la sua vita goliardica: quando una notte i compagni di corso introdussero nel suo letto una giovane prostituta, Carlo, in escandescenze, la cacciò via. 


Da questo episodio già si comprende la conflittualità del Borromeo con il genere femminile: più tardi, in una lettera al cardinale Bathory, nipote del re di Polonia, egli avrebbe scritto “non avrete mai la castità se non eviterete la compagnia delle donne”. L’unica donna in cui diceva di avere stima era la Madonna…”su tutte le altre donne gravano due maledizioni da cui non si può sfuggire: la maledizione della sterilità e il dolore del parto”.





Eppure, nonostante la presunta misoginia Carlo ebbe sempre gran rispetto per le donne: a Milano aiutò fanciulle povere a farsi una dote e in particolare trattò le sue sorelle con estrema dolcezza, peraltro accasandole presso i miglior partiti del tempo: i Colonna a Roma, i della Rovere di Urbino, i de’ Medici di Firenze e i Gonzaga di Mantova. Esse stesse ebbero sempre un grande, eccessivo attaccamento nei confronti del fratello: più si mostravano morbose, più Carlo le evitava, barricandosi dietro il rapporto epistolare.


L’indole chiusa lo portò a disdegnare i compagni di corso che avevano intrapreso la carriera ecclesiastica per mero opportunismo, dedicando tutto se stesso agli esercizi di pietà e allo studio: sotto la guida di Francesco Alciato, il più importante uomo di Legge del tempo, nel 1559 Carlo Borromeo si laureò “utroque iure” in diritto civile e canonico; al termine degli studi suo zio, il cardinale Giovanni Angelo De Medici del ramo di Marignano (Melegnano), eletto papa con il nome di Pio IV, approfittò della sua intransigenza per convocarlo a Roma e fare di lui un fedele segretario di Stato, membro della Commissione per la ripresa del Concilio di Trento, concedendogli la commenda di molte abbazie in Italia e all’estero.


La “grande bellezza” della vita romana del tempo, corrotta e lussuosa, non riuscì mai a sedurre l’animo del giovane neo-cardinale che, disdegnando i frequenti ricevimenti, i giochi di società e le battute di caccia preferì circondarsi di sapienti per fondare un’accademia, che prese il nome di “Notti Vaticane”: un salotto privato, inizialmente a carattere umanistico, che presto si tramutò in luogo di fervidi dibattiti teologici. A conferma della tendenza di Carlo all’ascetismo, Annibal Caro, segretario del cardinal Farnese, accennando alle riforme che il lombardo stava portando nella Capitale, aveva esclamato con stizza: “ora si viene a Roma per pregare, non per far fortuna!”





Nel 1562 un messo annunciò al Borromeo che suo fratello maggiore Federico, capitano delle truppe vaticane, era morto in una battuta di caccia. Carlo rifiutò la potenziale nomina a conte di Arona, e con essa le immense ricchezze che gli si prospettavano: questo nuovo grande shock, sommato all’assassinio del suo miglior amico Giovanni de’Medici, accese qualcosa nell’animo apparentemente imperturbabile dell’allora ventiquattrenne. Le vicissitudini della vita stavano segnando la personalità del Carlo Borromeo che sarebbe passata ai posteri: una figura di uomo spesso duro e intransigente fino al fanatismo, ma quasi sempre coerente con se stesso e con la sua missione. Dio aveva dato un compito da compiere al suo soldato, il suo lottatore migliore.


Taluni lo giudicarono malato di mente, altri “di teatinerie”, dal nome del nuovo ordine religioso dei Teatini, noto per le sue tendenze religiose e mistiche. Carlo non poteva accettare i costumi mondani e manierati del Rinascimento più attardato e decadente, col suo culto del bello estetizzante enfatizzato ed ambiguo: Carlo era nemico sia del bello sia del corpo! Perciò teneva nascosti in casa strumenti di penitenza come flagelli aculeati e catene con cui martoriare le sue stesse carni nelle notti di turbamento interiore fin quando, scontate le sue pene, giunse il momento di farla pagare ai peccatori; Roma, nuova Babilonia, era una "città marcia e corrotta, colma di donne disoneste e frequentatrici d’alti prelati." In Vaticano le cappe rosse dei cardinali più giovani, ballerini rinomati, volteggiavano come le vesti delle concubine degli harem…e i monasteri, rifiutando gli aiuti alla gente comune, traboccavano d’oro.


Colpo di mano: Carlo mise Roma sotto scacco richiamando a sé l’ordine dei Gesuiti, malvisti dal clero a causa della loro inflessibilità, per indagare a tappeto su monasteri e parrocchie e setacciarvi monaci gaudenti e venditori di cariche religiose. Nemmeno Pio IV potè soffocare la sua vocazione: nel 1564, di comune intesa, zio e nipote, in applicazione al concilio di Trento ordinarono a tutti i vescovi di risiedere nelle proprie diocesi: il decreto gettò grave scompiglio tra i presbiteri che fino ad allora avevano preferito godere degli agi della curia romana, invece di gestire la propria città e il proprio gregge di fedeli. Quando la loro protesta raggiunse il culmine, il papa sbottò. “Per Dio! Quelli che non vorranno osservar il Concilio li faremo impiccare!”


Per quanto ricco, il Borromeo era portato a una vita improntata alla sobrietà estrema: pane e acqua, vesti indossate fino al logorio, un letto di tavole e quando sarebbe giunto a Milano, pochissime ore di sonno in una tettoia del palazzo arcivescovile, torrida d’estate e gelida in inverno: quello stesso stile di vita, lui avrebbe voluto vederlo nel resto del clero!
Il cardinale non poteva più restare in un ambiente così particolare come romano: Carlo, sì nobile, ma pur sempre uomo di campagna tagliato con l’accetta, solo raramente accondiscese a richieste, raccomandazioni e spintarelle della curia vaticana.



Nel 1566 il Borromeo si preparava alla sua nuova e più difficile missione, quella di diventare vescovo di una grande e importante metropoli di frontiera: cosa ancor più complessa, profeta in patria. La “Lombardia”, sua madre terra, lo reclamava. Allora lo Stato di Milano era retto dai re di Spagna tramite un governatore assistito da un senato: essi erano ricchi e provvisti di servitù, palazzi, carrozze…Gli operosi e geniali artigiani milanesi del tempo, descritti dal pittore e critico d’arte Giovan Paolo Lomazzo, approfittando delle richieste del mercato spagnolo producevano ed esportavano armi ed armature della più alta qualità, gioielli e abiti alla moda in tutto l'Occidente: all’alba della sua decadenza Milano restava, nonostante tutto, ovunque famosa in per il commercio e la proverbiale ricchezza.
Eppure la verità era un’altra: storditi dal riflesso aureo e ingannatore di un impero che rubava immense risorse nel Nuovo Mondo, ogni giorno i cittadini milanesi erano falcidiati dal fisco spagnolo. Il governo spagnolo, dietro la mascherata di feste, balli e spettacoli, prelevava risorse dal Ducato senza restituire nulla alla città e al contado. Gli iberici, con il loro ideale cavalleresco feudale, obsoleto e sfrontato, spadroneggiavano in casa d’altri. Ben presto, quando “l’oro maledetto” rubato con la violenza ai nativi d’America si sarebbe esaurito, la Spagna asburgica, indebolita dalla carestie dall’inflazione dilagante, l’avrebbe pagata molto cara.
I primi anni Milanesi di Carlo furono tormentati e burrascosi, sia sul versante civile sia su quello ecclesiastico: il governatore spagnolo e il Senato non volevano rinunciare  alle loro prerogative e mal sopportavano che l’arcivescovo riprendesse le sue. Nella sua lotta l’arcivescovo aveva contro nobiltà e clero ma non il popolo, che percepì in lui un proverbiale protettore nel momento del bisogno. La coscienza pubblica andava svegliata, una nuova battaglia era alle porte!




La diocesi ambrosiana, comprendente parte dei territori di Venezia, del Piemonte e le valli del Ticino, superava per estensione i confini del Ducato stesso. Carlo, formalmente, aveva ereditato un patrimonio che, lungi dal limitarsi a Milano, si estendeva alle terre limitrofe, fino ad abbracciare tutta l’area del lago Maggiore. Essere nobile, per lui, non significava soltanto avere sangue blu e oro nei forzieri: indelebile ricordo, quello delle imprese del suo antenato Giovanni I, che nel 1487, in val d’Ossola, aveva fermato 2000 feroci invasori svizzeri in una battaglia che tinse di rosso le acque del Toce!


Carlo Borromeo ritrovò una città gravemente decaduta dal punto di vista morale: da oltre un secolo i suoi predecessori non avevano mai vissuto in città. Fu così che il neo-vescovo avviò un immenso e pericoloso lavoro di riforma della diocesi contro l’abusivismo, la corruzione e l’arbitrio dei signorotti con un’operosità che entrò nella storia. Uno dei suoi motti, non per nulla, era “la vita è un giorno lavorativo e la festa comincia dopo la morte”. 




Nel 1572 Carlo istituì un sistema di sorveglianza sui forestieri provenienti da nord, decretando: “si denuncino eretici, sospetti d’eresia, et quelli anchora che leggono o hanno presso di loro libri d’heretici, scritti o compositioni altre prohibite”. 


Ed ecco che Carlo iniziò a esercitare un forte controllo sulla stampa: non poteva accettare che accanto ai classici e sacri circolassero poemi cavallereschi, stampe pornografiche e racconti erotici, testi esoterici e di magia nera! Quando il governatore gli rammentò che doveva essere grato al re per i benefici ottenuti, Carlo rispose in terza persona “se sua Maestà crede che per esser grato a lui Carlo debba recare danno ai suoi obblighi spirituali, sappia che non lo farà mai”. 
Il Borromeo aveva puntato troppo in alto: ormai la sua vita era in pericolo. Dapprima si scontrò con i canonici della Scala, rei di crimini comuni. Alla scomunica per il loro comportamento irriguardoso, questi risposero con striscioni che dichiaravano il vescovo decaduto: Carlo impose loro la penitenza di inginocchiarsi ai suoi piedi per dieci anni di fila. Poi fu il turno dei corrotti Umiliati: un ordine che includeva anche concubine e non aiutava i poveri, ma la cui indiscussa abilità imprenditoriale era stimata da secoli in tutta Europa per la produzione di panni lana: e pensare che alle origini proprio loro avevano propugnato l’ideale di una vita più austera e dedita all’umiltà!





Alla visita di controllo di Carlo in santa Maria di Brera, gli umiliati opposero un secco rifiuto con il sostegno di una scorta armata: la loro malafede era conclamata! Presto Borromeo li punì requisendo i lori beni per elargirli ad opere pie, assistenziali, edili e culturali e donando il resto ai nuovi ordini militanti dei Barnabiti e dei Gesuiti, che lui stesso aveva introdotto in città. Decretata la morte di Carlo, gli Umiliati assoldarono il “Farina”; un monaco ladro, frequentatore di bettole ed esperto nel manovrare l’archibugio: un vero uomo di fede, che Carlo lasciò a piede libero nonostante i numerosi attentati falliti. Quando il Farina, introdottosi nell’arcivescovado, riuscì seriamente a esplodergli un colpo alla schiena, prima si gridò di terrore, poi al miracolo: Carlo, che non sembrava sentire alcun dolore, continuò la liturgia come nulla fosse.


Invero Carlo era stato gravemente ferito, ma la sua esaltata forza di volontà gli permise di nascondere la piaga fino alla morte e al riordino della salma; il Farina, contumace per breve tempo, fu catturato, amputato della mano che aveva sparato e impiccato nel 1570 con altri due cospiratori. L’ordine degli Umiliati fu sciolto. 
Nello stesso anno a Milano scoppiò una grave carestia: l’arcivescovo, a sue spese e con quanto raccolto dagli Umiliati cercò di far fronte al bisogno raccogliendo collette e distribuendo viveri; aveva dato ordine di tenere caldaie di riso mezzo cotto sotto i portici del suo palazzo per sfamare chi era nel bisogno.


Nel frattempo, il vescovo ardeva di sdegno per una società in cui la Chiesa era attaccata dallo Scisma d’Occidente, dal Barocco nascente, dal Protestantesimo, dai Turchi, dal Re di Spagna e dalla decadenza interna del Clero stesso: l’esperienza dell’attentato fu la goccia che fece traboccare il vaso.
Se i tempi erano davvero così violenti, allora Carlo si adeguò: nelle città europee tra ‘500 e ‘600 non esisteva una polizia efficiente e i cittadini, che giravano armati contro aggressioni e rapine, spesso ne approfittavano anche loro: si viveva in modo “spagnolesco”, avrebbero detto nel XIX secolo. In questo clima Carlo incoraggiò suo genero Annibale Colonna a combattere gli Ugonotti in Fiandra; espresse la sua simpatia per il principe di Parma quando questi espugnò la protestante Maastricht; caldeggiò col papa la guerra contro i turchi che portò alla storica vittoria navale di Lepanto; volle che la propria guardia del corpo fosse armata e attrezzò l’arcivescovado di prigioni. In nome della giustizia lottò contro i potenti e i prevaricatori: Carlo era un uomo di Legge e d’azione, tutt’altro che un demagogo pacifista dei nostri giorni!




Nel 1571 i sovrani di Spagna gli inviarono un osso duro per tenergli testa: don Luis de Zuniga y Requesens, uomo permaloso e geloso del suo potere. Quando Carlo, che si era temporaneamente assentato, rientrò in città, la trovò in subbuglio. Il nuovo arrivato aveva organizzato di proposito un carnevale improvvisato per privarlo dell’appoggio del popolo: il “carnevale dei caragnoni”, o dei piagnucolanti, ossia una parodia d’uomini vestiti di sacco, scalzi e cosparsi di rosso per simulare le ferite del flagello della peste. Il fato l’avrebbe punito per quella trovata di cattivo gusto! In seguito a minaccia di scomunica, il governatore rispose con nuovi oltraggi: nel 1573 fece occupare e requisire l’avita rocca di Arona per estromettervi il conte Renato, con la scusa grottesca “che non divenisse un covo di ribelli eretici”… 
E ancora: le mura delle case di Milano furono coperte di manifesti satirici a stampa contro Carlo stesso. Presto lo spagnolo, richiamato in guerra, fu allontanato da Milano.


Nel 1576 a Milano esplose la peste che don Luis de Zuniga aveva tanto stoltamente invocato. Carlo dettò il suo testamento, devolvendo tutti i suoi beni ai poveri. Il nuovo governatore, don Antonio de Guzman, marchese di Ayamonte, vietò a quanti avevano cariche pubbliche di allontanarsi da Milano, ma molti trasgredirono: egli per primo si rifugiò nel castello di Vigevano. Carlo invece non si mosse dalla sua città e assistette gli appestati personalmente ,ordinando alle sue schiere di barnabiti, teatini e gesuiti di costruire capanne e centri di assistenza anche fuori città: il lazzaretto non bastava più. 2/3 dei milanesi scapparono, i restanti si sbarrarono nelle case. Con l’intensificarsi del morbo Carlo sfidò il contagio organizzando tre grandi processioni penitenziali con il popolo e le autorità. Non fu certo una scelta saggia, che probabilmente agevolò la propagazione del morbo. 
Egli stesso vi partecipò: con una corda al collo in segno di sottomissione a Dio e procedendo a piedi nudi, reggeva un pesante crocifisso. Il popolo lo vide calpestare un chiodo e continuare a procedere, lasciando una scia di sangue. Quest’immagine forte di “alter Christus”, che sacrificava simbolicamente se stesso per la comunità ambrosiana, rimase cristallizzata per sempre nel ricordo dei milanesi. 
A quel punto Carlo stabilì la quarantena e fece erigere colonne a diciannove crocicchi, di modo che egli stesso potesse confessare e comunicare i fedeli lasciando al popolo la possibilità di seguire dalle finestre senza uscire di casa. Per lui la peste era un castigo di Dio, necessario perché la città si liberasse dal peccato. L’epidemia durò un anno e sei mesi, mietendo 17.000 morti: quasi 300 persone al giorno. Al bisogno ludico del popolo per feste e carnevali, Carlo rispose organizzando processioni religiose e traslazioni di reliquie, la cui più solenne, quella di San Simpliciano del 1582, ebbe l’effetto di convogliare a Milano 400.000 persone venute da ogni dove: quasi una sorta di giubileo. Carlo era diventato una leggenda vivente.
In luglio l’arcivescovo partì alla volta di Torino per venerare la Sindone, recandovisi per l’ennesima volta a piedi nudi: quivi fu accolto con fasto dal duca Emanuele Filiberto di Savoia. 
A peste terminata, con l’aiuto di Pellegrino Tibaldi Carlo innalzò il tempio circolare dedicato a San Sebastiano e fece concludere i lavori alla basilica di San Fedele: modello di edificio religioso gesuitico, volutamente contrapposto alla chiesa del Gesù di Roma.




La personalità di Carlo, troppo forte e autonomista, accese nuovi scontri contro l’Ayamonte, che aveva ripreso lo stesso andazzo di don Luis de Zuniga y Requesens. Ripreso il Carnevale come pretesto per boicottare l’antichissimo rito ambrosiano, lo spagnolo si spinse al punto di disturbare un’importante predica in Duomo con un torneo improvvisato d’armi e musicanti. A quel punto il Borromeo scomunicò il governatore: quest’ultimo stava per organizzare nuove vendette quando cadde ammalato gravemente. Nel 1580 Carlo accorse al suo capezzale per assisterlo nell’agonia e assolverlo. Giustizia era fatta. Il successore, don Sancio de Guevara, sarebbe stato assai più conciliante.


Ma c’erano anche le streghe ad agitare i sonni del Borromeo…


La sua credulità nelle fattucchiere, sconcertante, era condivisa da parecchi altri uomini del suo tempo. Fu così che nel 1583 Carlo si spinse in ispezione della Mesolcina, “valle sospetta” della Svizzera al confine con popoli germanofoni e luterani: vi ritrovò sacerdoti concubinari alla maniera dei Protestanti e tramite il braccio secolare processò 161 streghe delle quali solo 11 irriducibili, chissà come mai, si rifiutarono di abiurare e morirono sul rogo. 
Anche se non è facile da accettarsi, la morte di queste undici paesane non destò scalpore presso l’opinione pubblica del tempo: inoltre, gli inquisitori erano convinti non di averle uccise, ma di averle purificate...
Carlo stesso non poteva rendersi conto d’essere intollerante, in un’epoca in cui anche i cosiddetti “eretici”, altrettanto fondamentalisti, percorrevano le valli grigionesi portando violenza e bruciando antiche e preziose immagini sacre, (perfino quelle scolpite da maestri tedeschi, loro prossimi!) con altrettanti roghi furiosamente iconoclasti: chi voleva sopravvivere e restare cattolico doveva darsi a una disperata fuga verso la Valtellina… 



L’esperienza non fu priva di conseguenze; dopo il vergognoso episodio Carlo cercò di mitigare la crudezza dell’inquisizione spagnola, opponendosi perfino all’idea di Pio V di accogliere le denunce anonime: mero strumento politico per eliminare gli avversari. Gli spagnoli giunsero perfino ad accusarlo di condurre indagini troppo superficiali contro gli ebrei!


Nel 1584 la fine era prossima: benché ammalato, Carlo non interruppe mai la sua attività pastorale. Era troppo impegnato in affari importanti come il problema degli eretici in Canton Ticino, una vera e propria ossessione per lui. In estate girò la diocesi, visitò la Sindone per l’ennesima volta e si ritirò nel suo Sacro Monte prediletto, a Varallo: qui, colto da febbre, pur dinnanzi alla visione della propria morte non volle in nessun modo rinunciare ai suoi impegni pastorali. La sua ultima tappa doveva essere Ascona, dove fondare un seminario: nuovo baluardo contro il protestantesimo dilagante; ma il corpo esausto del vescovo non ce la faceva più. Il primo novembre del 1584, giorno di Ognissanti Carlo era allo stremo. Sorretto dai suoi, celebrò ad Arona la sua ultima messa. Poi fu portato a Milano, nel suo giaciglio del palazzo Arcivescovile. “Verso l’ora terza della notte di sabato 3 novembre l’ottimo padre ci abbandona” scrisse il Bascapè. “Ecco che la corona nostra è caduta…ecco che il nostro lume si è spento.”




Carlo morì all’età di quarantasei anni compiuti da poco: la rigida disciplina che seguiva ormai da troppo tempo ne aveva minato la salute, consumandolo. il Borromeo aveva disposto di essere sepolto sotto il pavimento del Duomo di Milano, che egli stesso aveva contribuito a completare coi servigi dell’architetto Pellegrino Tibaldi. I funerali registrarono un incredibile concorso del popolo…appena tre, invece, i vescovi presenti…


Il più grande santo del tempo fu strumentalmente elevato a simbolo della Controriforma trionfante: Carlo aveva portato in città ordini religiosi di recente formazione (Gesuiti, Barnabiti, Oratoriani e Teatini, più i Francescani più spiritualisti; aveva fondato istituzioni e collegi come il Collegio Elvetico (attuale palazzo del Senato) sviluppando la rete di scuole della dottrina cristiana per laici; arricchì la città di cupole e colonnati, laddove gli spagnoli non avevano speso nemmeno un ducato: Il suo esempio di “vescovo - legislatore” e di edificatore fu d’esempio per molti vescovi, non solo italiani. Alla sua morte si sostituì lo stemma gentilizio del casato con armi e unicorno con la parola “humilitas”: in segno di preghiera meditazione, penitenza e rigore: qualità che avevano segnato il suo agire.


La santità di Carlo Borromeo fu sancita dal giudizio della Chiesa nel 1610. La sua canonizzazione, volente o nolente, rappresentò un evento eccezionale; l’attività della Controriforma, volta a “sfornare” nuovi santi per sensibilizzare le necessità spirituali turbolente degli uomini del tempo (S. Francesco Saverio, S. Filippo Neri, S. Teresa d’Avila) ebbe il suo maggior successo nella persona di colui si era maggiormente distinto, innalzandolo allo stesso livello dei santi dell’antichità: Carlo fu proclamato e collettivamente percepito come primo e unico “santo moderno”.


Il culto del Borromeo, infatti, prese piede anche altrove: la frequente presenza di templi che fanno riferimento a Carlo ne segnalano la presenza a Roma, a Vienna, a Cracovia... 


Da allora tutte le chiese della Diocesi e dei territori che l’avevano visto attivo cominciarono a mettere a parete o a collocare in ogni sacrestia un quadro che ricordasse a tutti le sue note sembianze: la statura notevole e il naso aquilino e prominente. A partire dai primi grandi pittori lombardi del Seicento (Cerano, Morazzone, Procaccini), si dipinsero quadri, quadroni e pale d’altare volti a tramandare gli eventi che videro Carlo come protagonista. Bisogna però precisare che, sebbene la vasta iconografia seicentesca lo raffiguri rasato, durante la sua vita il Borromeo portò sempre la barba: cominciò a radersi solo dal 1576, al tempo della peste, in segno di penitenza. Nel suo nome sorse un’infinità di chiese, santuari, non solo in Lombardia e in Italia, ma anche nel resto d’Europa. Attualmente la diocesi di Milano venera San Carlo Borromeo come suo patrono, accanto a Sant’Ambrogio. Tipico santo protettore dalle epidemie, il giorno a lui dedicato è il 4 novembre.




Marco Corrias (alias Marc Peven).

Bibliografia:


- F. Abbiati. L'irruzione di Carlo in piazza duomo ben simboleggia il suo attivismo
- M. Gregori, Pittura a Milano dal seicento al Neoclassicismo, 1999
- P. Biscottini, Carlo e Federico. La luce dei Borromeo nella Milano spagnola, 2005
- P. Pagliughi, Carlo Borromeo. I destini di una famiglia nelle lettere del grande santo lombardo,2006
- D. Zardin, La vita e i miracoli di san Carlo Borromeo tra arte e devozione, 2010

Didascalie:
1- San Carlo Borromeo magistralmente dipinto dal Cerano, Procaccini, Morazzone (inizi ‘600).
2- Pavia, Collegio Borromeo: capolavoro manierista di Pellegrino Tibaldi (fine ‘500).
3- Il concilio di Trento, durato 19 anni (1545 - 1563).
4- Milano d'epoca. piazza del Verziere con colonna stazionale eretta dal Borromeo.
5- Cerano. Carlo dona ai poveri i proventi del principato d'Oria.
6- Morazzone. Battesimo di Cristo con sgherri o "bravi" in posa sulla destra.
7- L'elegante arroganza di Carlo III ben esemplifica l'attitudine degli Asburgo di Spagna.
8- San Carlo interviene in soccorso degli appestati all’apice della virulenza.

9- Cerano. Carlo in contemplazione di Cristo presagisce la propria morte.

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