martedì 8 gennaio 2019

I predatori più temuti del medioevo: l'orso, il lupo...e l'uomo


“A fronte praecipitium, a tergo lupi”, cita un antico proverbio latino, ossia "un precipizio davanti, i lupi alle spalle". Questo e altri motti ci riportano ad una delle più grandi paure dell'uomo medievale: quella del lupo. , Si tramanda che il predatore, favorito da inverni eccezionalmente rigidi, assalisse le greggi e i pellegrini in viaggio; talvolta, spinti dalla carestia, i branchi si spingevano fino ai monasteri e alle città: ed eccoli, soprattutto nelle cronache basso medioevali, penetrare furbescamente attraverso le mura, per  insanguinare le stalle e "portare via" perfino gli infanti dalle culle!

Non troppo diversamente da oggi, la notizia di un uomo sbranato da una bestia selvatica tendeva a dipingere quest'ultima come una creatura  fuori dal comune: i "misfatti" del lupo, per sua natura cacciatore, correndo di bocca in bocca tendevano a ingigantirsi fino all'esagerazione grottesca: la fama sinistra  dell'infallibile cacciatore antropofago, demoniaco portatore di morbi e messaggero di sciagure, iniziò ben presto a fare del lupo il protagonista di leggende e note favole del folklore europeo. Imbattersi nei temuti canidi selvaggi, nel medioevo, doveva essere indubbiamente facile: certamente più usuale di un incontro, pressoché impossibile, con l'esotico leone e altre belve mostruose dell'imaginario medievale, scolpite nelle basiliche del XII-XIII secolo. Il lupo, semplicemente, abitava in quegli stessi boschi e montagne che l'uomo, costretto a confrontarsi quotidianamente con la natura, tentava faticosamente di addomesticare: ed ecco emergere, nel colono medievale, sentimenti di paura rivolti all'ignoto. Una paura che, nonostante tutto, non era affatto ancestrale: anzi, tra le altre cose fu alimentata a tavolino dalla Chiesa, per dissuadere gli uomini dal ritorno ai culti pagani di tipo "totemico". Il primo a violare questo rapporto di antico e delicato equilibrio simbiotico fu Carlo Magno: nel suo celebre "Capitulare de Villis", all'alba del IX secolo si nominavano appositi funzionari per la caccia al lupo, detti “lupari”. Duecento anni dopo anche re Berengario II e numerosi vescovi si fecero promotori di grandi battute di caccia "per salvaguardare la popolazione" o meglio, i loro allevamenti.

"Ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi" esclamò Cristo, anticipando un concetto espresso da molti teologi tra Tardoantico e alto medioevo, Sant'Ambrogio in primis. Papa Gregorio Magno, in una lettera della fine del VI secolo indirizzata al basileus Maurizio di Bisanzio, specificò che "stiamo nella Chiesa, eppure non miriamo che alla grandezza; non siamo i dottori ma i duchi della superbia; sotto l'aspetto di agnelli nascondiamo denti di lupo" (Reg. V, 37)
Queste e numerose altre profezie provano come la mentalità del tempo, attraverso il confronto con i cosiddetti "bestiari moralizzati", miniati e successivamente scolpiti nella pietra, non intendesse soltanto condannare il lupo inteso in senso stretto, ma anche salvaguardare simbolicamente il fedele dai suoi stessi simili che presentassero connotati bestiali e "anticristiani":  i pagani, gli eretici, i ladri e gli assassini.
Eppure, se i casi in cui i santi addomesticarono i lupi erano così famosi, tale guerra doveva ipoteticamente essere destinata a finire. Francesco d'Assisi, ultimo di una lunga serie di santi (l'anatolico Biagio, sant’Amico, sant'Anselmo da Padova, san Colombano) é anche il più celebre:   forse che anche l'episodio della sua abilità nel persuadere il lupo di Gubbio a non commettere più scorrerie nel territorio andasse interpretato come "exemplum", parabola di vita indirizzata a un predone redento?

"Ferocissimus, atrocissimus ursus!"

Giacché Nell'antico Testamento il profeta Amos soleva osservare “come quando uno fugge davanti a un leone e si imbatte in un orso” nemmeno l'orso, nell'immaginario medievale cristianizzato, se la sarebbe passata meglio.  Nelle Sacre Scritture, infatti, non vi era belva che fosse in grado di competere con esso in quanto a violenza.
“Come un'orsa privata dei figli” era un'altra metafora significativa di una violenza che, una volta scatenatasi, non poteva più essere contenuta.
Ancor più dell'incontro col lupo, quello con l'orso infuriato rappresentava per l'uomo medievale la peggiore di tutte le esperienze: solo i grandi eroi, protetti da volere divino, potevano misurarsi con questa bestia, incarnazione dell'ira, e uscirne vincitori.
Oltre alla mole colossale, agli artigli e alle zanne, nell'ottica del tempo la caratteristica che rendeva l'orso inquietante era la capacità di alzarsi su due zampe e combattere in posizione eretta: in tal modo la fiera assumeva sembianze grottescamente umanoidi, che gli valsero l'accusa di volersi innalzare al livello morale dell'uomo ad immagine e somiglianza di Dio: creatura iraconda, pigra, golosa e invidiosa, il plantigrado era accusato e perfino di  rapire fanciulle allo scopo di violentarle.
Fu così che domare un orso e incatenarlo diventò metaforicamente l'atto del dominio  sugli istinti e le tentazioni peccaminose: ed ecco   fiorire tradizioni moraleggianti che vollero orsi domati e quasi ridicolizzati. Per penitenza, san Marino  impose a un orso il lavoro alla macina, al posto dell'asino che aveva divorato:  in questo modo la natura selvaggia e "pagana" della fiera veniva simbolicamente esorcizzata.
Più rispettoso é l'episodio di San Colombano, che vivendo con gli orsi  e condividendo il cibo con essi ricorda il paradigma, scordato  dai più, di un'epoca antica di convivenza pacifica tra uomo e natura.
Eppure, prima che fosse rimpiazzato dall'esotico leone, ai signori medievali e ai cavalieri in araldica longobarda e carolingia non dispiacque mai il blasone dell'orso, né le sue caratteristiche di forza e imponenza, tant'è che nel mondo celtico e germanico e il fiorire di nomi ad esso riferiti, come Bernardo e Artù, e di città, come Berna. Ancora una volta, i timori quotidiani dell'uomo comune  si rivelarono generati dall'uomo stesso.

QUANDO L'EROE SI ANIMALIZZA.

”Ora lotta coi draghi e coi lupi, ora con tori, con orsi e cinghiali e giganti che dagli alti dirupi lo inseguono”. (Beowulf). La presenza dell’orso e del lupo, compagni di viaggio dell'uomo fin dalle radici della cultura preistorica ha generato miti, leggende, rituali e fiabe. Inseguire le fiere nella solitudine della foresta spesso portava gli eroi a diventare come loro. Il rapporto ambivalente tra uomo e lupo ha radici antiche; accanto alla paura, infatti, conviveva l'ammirazione per quelle caratteristiche di cacciatore imbattibile che resero il lupo animale totemico per eccellenza dei popoli barbarici.
Anche l'orso, prima dell'avvento del cristianesimo, possedeva valenze positive come simbolo di forza e generosità: il guerriero le ereditava da antenati o parenti adottivi dai tratti ursini, oppure li acquisiva attraverso uno scontro simbolico con la bestia stessa. In entrambi i casi, prima che fosse sostituito dall'emblema del leone, fu proprio il legame  con l’orso a rendere un uomo degno di essere un re.
Presso le popolazioni guerriere germaniche e scandinave in cui era sopravvissuto qualche residuo di sciamanesimo, vi erano gruppi di guerrieri scelti che andavano in battaglia vestiti di pelli animali. I primi si chiamavano úlfheðnar (pelli di lupo), berserkir i secondi (pellicce d'orso): entrambi i gruppi erano accomunati da uno stato di trance forse  generato da un mix di birra e sostanze allucinogene e psocotrope (fungo "amanita muscaria", digitale) che, rendendoli particolarmente feroci e insensibili al dolore, ne faceva nemici pressoché invincibili.
I longobardi non temevano i lupi, anzi:  destinare ai propri figli nomi totemici di lupi a scopo protettivo e scaramantico (Aginulf, Adalulf, Hrodulf...) significava porsi sotto la protezione dell'animale più venerato.  Spesso gli arimanni o uomini liberi del clan, legittimati all'uso delle armi,  usavano riunirsi in un cerchio sacro detto "wulfhrings": il recinto del lupo. Queste consuetudini "ferine" darebbero state confermate dallo storico longobardo cristianizzato Paolo Diacono (VIII-IX sec.) a proposito dei cynocefali: guerrieri "testa di cane", intruppati tra le schiere dei suoi antenati agli albori della loro storia.

"Allora la testa del gigante Mimir pronunciò le rune possenti. Disse che erano incise sullo schermo posto a scudo del sole splendente, sul trono di Odino, sugli artigli dell’orso, sulle grinfie del lupo, sul becco dell'Aquila...(...)"


LA CARNE DELL'ORSO: IL BANCHETTO DEGNO DI UN RE.
"Vi cibate con la carne delle fiere. Lupi e orsi che non hanno ancora digerito carni umane, cinghiali che si sono bagnati nel sangue degli uomini che hanno dilaniato. Cannibali! (Tertulliano, Apologetico)
Alle origini l’orso suscitò un'impressione tale da essere considerato alla stregua di una divinità e di uno spirito benefico: il plantigrado era considerato un messaggero degli dei, inviato dall’aldilà per dare  stagione favorevoli e caccia abbondante. Esso era venerato...e anche...mangiato! Il suo sacrificio era una cerimonia di venerazione e la sua uccisione rituale incarnava l’ostacolo che il cavaliere più coraggioso doveva  superare per compiere  la sua missione più eroica.

La carne d’orso veniva presa in considerazione ancora nel basso medioevo  ma si avverte che è pesante da digerire, nuoce al fegato e alla milza, contiene molte scorie, toglie l’appetito e provoca senso di nausea in chi la mangia.



M. Montanari - Il bosco nel Medioevo
Gregorio Magno Storie di santi e diavoli
Cattabiani
Frigerio
Julien Ries)


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