lunedì 1 agosto 2016

Milano capitale dell’impero Romano. La caduta degli dei


G. C. Procaccini. Costantino riceve gli strumenti della Passione (Castello Sforzesco)


Milano romana è una metropoli cinta da un doppio giro di mura cremisi. Teatri, templi e palazzi risplendono d'oro:  “il numero di terme, basiliche e anfiteatri è tale da non temere il confronto con la stessa Roma”, afferma il poeta e storico Decimo Magno Ausonio. 
Mille anni di storia e arte in questa Terra di Mezzo.
Atmosfere riflesse sulle cupole delle venerande basiliche dedicate ai santi Ambrogio, Lorenzo ed Eustorgio, Nazaro e Simpliciano. Al loro interno, ben prima che Ravenna imperasse, il fulgore dei mosaici dorati indica la strada dalla città terrena a quella celeste, ispirando meraviglia e stupore.
284-402 d.C.
Smessi i panni di quieta cittadina di provincia qual era, Milano si veste da capitale dell'Impero romano d'Occidente. Costantino, orgoglioso, diadema sul capo, sconfitto il rivale Massenzio sul ponte Milvio presso Roma (305), indossa la porpora e  promulga l'Editto di Tolleranza di tutte le fedi proprio nell'Urbe padana (313). Alcuni tra i suoi successori faranno di tutto per remare contro il nuovo culto dei Cristiani: l'imperatore - filosofo Giuliano (360) introduce riti di provenienza orientale: Cibéle, selvaggia dea madre, conduce una biga trainata da leoni, immortalati nel bronzo sulla cima del grande circo mediolanense; nel frattempo i grandi felini, in carne e ossa, ruggiscono e sbranano i cristiani nell'arena. Al fianco della generosa e temibile Cibéle vi è Attis, suo compagno imberbe. Il Cristo pagano ammira lo spettacolo truce dall’alto di un obelisco: storia tragica, quella dei due amanti divini...da compagno infiammato e fremente per la sua implacabile dómina ad auriga eunuco del carro, il passo fatale di Attis è fin troppo breve.


Patera di Parabiago, con Cibele e Attis (Milano, Museo Archeologico)


"Impossibile fondare un nuovo Impero su un culto orgiastico e depravato!" sbotta l'élite filo-cristiana.
Non perdoneranno mai all'imperatore il suo tentativo di riformare il paganesimo: perciò Giuliano è ricordato dai posteri come “l’Apostata”, ossia colui che ha negato il suo vero credo.
Gli ortodossi, intransigenti seguaci della nuova fede, si accalcano sull'ampio sagrato della Basilica Vetus ossia "l'antica", preceduta da un arioso colonnato corinzio ricavato da un tempio pagano dedicato a Minerva.
Ambrogio, futuro arcivescovo, con il flagello stretto nel pugno dà l'assalto finale alla basilica occupata da Aussenzio, vescovo degli ariani: i seguaci di Ario, profeta berbero, sostengono che il figlio di un Dio unico, eterno ed indivisibile non possa essere considerato a sua volta il Dio incarnato: il concetto confonde le genti, portandole a credere che si tratti soltanto di un nuovo sfogo politeista...
"No!" tuona Ambrogio. "Padre e figlio sono fatti della medesima sostanza", e in base a questo principio lui è pronto a spargere sangue. Una sassaiola esplode tra le colonne di san Lorenzo: l'ascesa di Ambrogio da funzionario a vescovo coincide con il trionfo di quelli che poi saranno chiamati "cattolici", almeno finché i barbari non caleranno portando con sé nuovi riti pagani. Ma il tempo della caduta degli dei dal variegato pantheon tardoantico non è ancora giunto: il nuovo pastore di greggi sconfigge il demonio schiantandolo contro una colonna e ritrova le ossa dei protomartiri Gervasio e Protasio, sbranati nel circo ambrosiano: Ambrogio ha perfino piegato l'imperatore Teodosio, sostenitore di una strage di cristiani da parte dei suoi mercenari ostrogoti presso Tessalonica, in Grecia.



Basilica di S. Ambrogio (Mi) - Il presbiterio


Ambrogio inaugura il potere temporale della Chiesa cristiana. 
Gira perfino la voce che il vescovo, mentre celebrava la consueta messa in basilica, abbia trasportato la sua anima in un luogo lontano: presso Tours, nelle Gallie. Qui Ambrogio avrebbe presenziato ai funerali del suo amico Martino, il famoso santo del mantello donato al povero: gesto estremo di Fede e mistero, la “bilocazione” del santo ambrosiano.
La politica estera, nel mondo antico, è una faccenda all'ordine del giorno.
Il tempo passa: il patriarca, logorato, si chiude  nella nuova basilica dedicata ai martiri; al ritmo dei canti ambrosiani, da lui stesso composti, osserva una serpe di bronzo...
…Nehushtan.
É il rettile forgiato da Mosè nel deserto: una bestia pagana destinata a rivoltarsi contro il suo stesso creatore.

Basilica di S. Ambrogio (Mi) - Il serpente del Giudizio
 
"Alla fine dei tempi scenderà dalla colonna per raggiungere il luogo dell'Ultimo Giudizio." A quel punto, i mosaici ambrosiani crolleranno al suolo. Qualche tassello inizia già a staccarsi...forse, l'ora estrema non è poi così lontana...
Quando Ambrogio viene sepolto nella sua basilica, il sottile e complesso gioco della politica imperiale passa dalle mani di un uomo di fede dedito alla politica e alla diplomazia a quelle di un vero uomo d’armi: il generale Stilicone, di sangue per metà romano e metà barbarico, è ardito e ambizioso. Di stirpe vandalica  ma avvezzo da anni alla civiltà classica, il generalissimo si prepara ad affrontare la violenta calata dei Goti del temibile re Alarico. Il barbuto Ataulfo, cognato del re, rapisce la figlia dell'imperatore, e la sposa con la forza.
Il talamo di Galla Placidia, figlia di Teodosio, promette sogni di gloria imperitura: diventare un augusto.


 
 Van Dick - S. Ambrogio si scontra con l'imperatore Teodosio

Stilicone sconfigge i barbari: li ricaccia oltralpe, ma non tutto va per il verso giusto. Lungi dal disintegrare le file dell'orda, si dice che il generale abbia graziato il loro capo Alarico organizzandone la fuga. La situazione, di per sé ambigua, nutre la mente debole e invidiosa di Onorio, figlio vizioso di Teodosio e fratello di Galla Placidia, di idee azzardate e pericolose.
"Stilicone resta pur sempre un barbaro…il cattivo sangue non mente…presto ci tradirà tutti per schierarsi con i suoi simili...Stilicone punta alla corona imperiale…”
Nel 408 a Ravenna il generalissimo è braccato dai sicari di Onorio. In quel preciso momento il giovane imperatore dal viso pallido, incurante degli ordini da lui stesso impartiti e delle loro conseguenze nefaste, si diletta nel suo serraglio, lanciando becchime agli amati pavoni. Tradito dalla falsa promessa per cui sarà risparmiato, Stilicone viene catturato e decapitato: il più grande stratega del tempo si spegne. Non potendo più difendere i confini dalle calate barbariche, Onorio sposta definitivamente la capitale imperiale da Milano a Ravenna: Mediolanum decade.


 
Dittico di Stilicone (Monza, museo del Duomo)

“Dagli atrii muscosi, dai fori cadenti, dai boschi, dall’arse fucine stridenti” rimerà Alessandro Manzoni, mille e cinquecento anni più tardi, riferendosi alla Milano barbarica in divenire!

Infine, l'era del serpente é davvero giunta, e con essa la caduta degli dei.
Ambrogio, acuto cronista del suo tempo, se n’era già accorto. Sono stati gli Unni, bellicoso popolo proveniente al di là della palude Meotide, oltre l'oceano glaciale, a scatenare l’effetto domino: genti infernali dai crani deformi e dalle guance segnate dal ferro fin dall'infanzia, gli Unni hanno travolto di proposito i popoli stanziati lungo il confine imperiale. Travolgendo dapprima i nomadi Sarmati, metallurgi provetti, e i cavalieri Alani di stirpe iranica, hanno scatenato la fuga di questi, portando il panico tra le popolose tribù germaniche di Ostrogoti, Visigoti, Burgundi, Sciri, Svevi, Franchi, Alamanni e Gepidi. Orde di popoli agguerriti, spaventati e infuriati dalla politica romana del "divide et impera" si riversano sul limes per forzarlo con tutte le loro le armi. Giunta la conferma dei fatti, Ambrogio esclama: «Siamo giunti alla fine del mondo!»

Nehushtan, la serpe di bronzo, scivola giù dalla sua colonna....

Milano cade nelle mani forti e bramose dei Visigoti. Presto altri barbari si aggiungeranno al famoso e sfrenato sacco di Roma: cinquant'anni ancora e Attila, re degli Unni, oserà installarsi tra le rovine del palazzo imperiale della città. La città è presa: Mediolanum capta est. 
Il futuro pare terribile. Sarà proprio così?


S. Eustorgio (Mi) - Cappella Portinari


Marc Pevèn (alias Marco Corrias)

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