lunedì 25 luglio 2016

Il cavallo nel simbolismo rituale. Al galoppo tra storia e leggenda.

                         


La storia del cavallo e del suo profondo rapporto con l’uomo ha radici ancestrali, talmente durature da poter affermare che, tra tutti gli animali, sia stato quello che ha segnato in maniera più decisiva il percorso evolutivo della razza umana.
La primissima forma di addomesticazione del cavallo risale all’alba dei tempi: il contatto iniziale con i cacciatori-raccoglitori preistorici, per i quali il cavallo era una semplice preda come altre, non era stato tra i più felici finché, seimila anni fa, nelle lontane steppe del Kazakistan scattò la scintilla: quando l’uomo capì di trovarsi di fronte a un animale che, se ammaestrato, poteva diventare sufficientemente docile da farsi cavalcare, la storia non fu più la stessa. 
I primi allevatori poterono giovarsi non solo di quella possanza fisica, di quell’agilità e facilità di corsa di cui loro, per propria natura, non disponevano, ma anche di un forte e inatteso legame affettivo che fino ad allora erano riusciti a dare soltanto i «cani-lupi». Il cavallo dimostrò da subito di essere in grado di adempiere a compiti piuttosto complessi, nella gestione delle greggi e soprattutto nell’addomesticazione di interi branchi di propri simili, altrimenti difficilmente controllabili; Ben presto, grazie alla sua capacità di sopperire alle mancanze fisiche dell’uomo, gli equini furono messi di fronte alle più svariate attività, diventando fedeli strumenti, o meglio, guardiani e custodi dell’uomo tanto al lavoro, quanto in guerra.
Di fronte all’umano stupore il cavallo doveva per forza accogliere in sé connotati divini: gli Sciti, popoli nomadi delle steppe, lo adoravano; i Germani ammantarono la sua silhouette di sacralità. Animale tipicamente sciamanico, il cavallo era un messaggero dell’Aldilà, uno spirito ausiliario ed estatico per il cui tramite intraprendere viaggi mistici. Secondo visioni ricorrenti presso tribù anche lontane nello spazio e nel tempo, la cavalcata simbolica esprimeva la trance estatica attraverso cui lo sciamano accompagnava il defunto nel Regno dei Morti per comunicare e contrattare con gli dei. Basti pensare al culto di Sleipnir, cavallo a otto zampe di Odino «che scivola rapidamente» e porta rune incise sui denti, che in Germania fu abolito soltanto nel XII secolo.


Rilievi Fidìaci del Partenone (British Museum, V sec. a.C)


I primi cavalli, invero, erano ben diversi da quelli attuali: poco più grandi dei pony, tozzi e pelosi, la loro altezza al garrese non era superiore ai 130 cm (razze Tarpan, Przewalskii). I primi popoli storici a introdurne l’uso in maniera consistente furono gli indoeuropei Ittiti e Mitanni, che li esportarono dall’Eurasia fino in Mesopotamia. A seguire Assiri, Babilonesi ed Egizi diedero il via con una cura tutta particolare ai primi «incroci», in cerca di nuove specie dalle caratteristiche più utili ai casi specifici: fu così che il cavallo divenne ben presto diverso da com’era stato un tempo. 
Secoli di selezione crearono nuove specie dotate di forza e velocità che in natura non si erano mai conosciute: sempre più maestosi, intelligenti e tuttavia docili ai comandi, lungi dal rivestire il ruolo di meri strumenti da lavoro, cavalli sempre più «puri» divennero protagonisti di un particolare rapporto di simbiosi con l’uomo, contraddistinto da fedeltà e dedizione, tanto nelle attività quotidiane quanto nelle imprese di guerra più pericolose. Proprio l’utilizzo bellico e come mezzo di trasporto portò il valore del cavallo e la sua considerazione sociale alle stelle anche presso Greci e Romani, come ben dimostrano le numerose opere d’arte: in tal senso la leggenda omerica del Cavallo di Troia parla chiaro. Sempre Omero, che amava definire i Troiani «domatori di cavalli» nell’Iliade cantò: «avresti detto che anche il cavallo era consapevole della bellezza del suo padrone e che si accorgeva di portare, lui bello, il più bello dei cavalieri: infatti, agitando la criniera, con le orecchie dritte e la testa levata, andava avanti fiero di sé e di colui che portava, battendo il suolo con la punta degli zoccoli, adattando il suo passo a una cadenza misurata». 
il cavallo era profondamente legato al suo padrone, imperatore o condottiero che fosse, da un rapporto simbiotico; il nobile animale, accompagnando le gesta del suo cavaliere alla stregua di uno spirito protettore, finì immortalato nell’arte di tutti i popoli antichi: inciso su bassorilievi, scolpito nel marmo e colato nel bronzo, dipinto sulle pareti e sul vasellame.
Nella cultura guerriera, tanto barbarica quanto classica, il cavallo è quindi tutt’uno con il suo cavaliere, perché è anch’esso artefice delle vittorie di quest’ultimo, oltre che suo quotidiano compagno di battaglie fondate sulla velocità e la destrezza. Gli imperatori romani amavano far immortalare la propria immagine in statue equestri di bronzo dai muscoli guizzanti, con le criniere scompigliate e uno zoccolo proteso in avanti; le colonne trionfali celebravano le vittorie di centurioni e destrieri nelle stragi di massa dei «barbari»: proprio quei Daci, Sciti e Sarmati che per primi avevano allevato i cavalli ora vedevano le loro città distrutte per sempre. Se presso quei popoli, in epoca arcaica, il cavallo era stato stato associato al regno dei morti e come tale sacrificato ai defunti con l’eroe caduto in battaglia, successivamente fu accomunato alle divinità solari: un destriero, infatti, era l’animale da tiro che trainava il «carro del cielo» condotto da Apollo, Mitra ed il cristiano Elia.


Piazza Armerina (Enna) Scena di corsa nel circo (IV sec d.C)


Questo stretto e continuo fenomeno di antropizzazione portò presto a riconoscere nel cavallo, come del resto anche in altri animali, vizi e virtù degli uomini. Il greco Artemidoro (II sec d.C) nella sua «Oneirocritica» scriveva che sognare di «montare un cavallo da corsa che obbedisce bene alle redini e al cavaliere» fosse un presagio favorevole di una futura unione carnale con una donna; il più celebre Ovidio, nella sua «Ars amatoria» (1 a.C. o 1 d.C.) consigliava agli sciupafemmine di non perdersi «le corse dei nobili cavalli: l’ippodromo affollato presenta grandi vantaggi. Le cavalle infoiate impazziscono e vanno per contrade lontane, inseguendo i cavalli dai quali li divide il fiume… datti da fare, impiega questi rimedi forti con la tua donna» concludeva il poeta abruzzese, non senza una dose di compiacimento. Ovidio avrebbe pagato a caro prezzo le sue rime licenziose con l’esilio nella lontana colonia di Tomi, sul mar Nero: proprio nelle antiche terre degli Sciti, da tempo colonizzate, e apparentemente al sicuro dai cavalieri delle steppe…ma per quanto tempo ancora?
Mentre un nuovo impero, quello bizantino, sorgeva a Oriente, quello d’Occidente era giunto allo stremo. Le prime avvisaglie trapelano dalle testimonianze del vescovo di Milano Ambrogio (IV sec d.C), quando «gli Unni assalirono gli Alani, gli Alani assalirono i Goti, i Goti assalirono Taifali…». Questo effetto domino produsse una tale ondata di popolazioni che, nel giro di un secolo, i Romani furono sconfitti più volte. I popoli della steppa erano tornati dalle tenebre del passato: primi fra tutti gli Unni, i quali emergendo da un mondo remoto e in parte sconosciuto, l'Oriente sconfinato, provocarono un'ondata di terrore senza precedenti. Lo storico Ammiano Marcellino, terrorizzato, nelle sue Rerum Gestarum (IV sec d.C) sul conto degli Unni riferì: «per quanto abbiano la figura umana, sebbene deforme, sono così rozzi nel tenore di vita da non aver bisogno né di fuoco né di cibi conditi, ma si nutrono di radici di erbe selvatiche e di carne semicruda di qualsiasi animale, che riscaldano per un po' di tempo fra le loro cosce ed il dorso dei cavalli. Per questa ragione sono poco adatti a combattere a piedi, ma inchiodati, per così dire, su cavalli forti, anche se deformi, e sedendo su di loro alle volte come le donne, attendono alle consuete occupazioni. Stando a cavallo notte e giorno ognuno in mezzo a questa gente acquista e vende, mangia e beve e, appoggiato sul corto collo del cavallo, si addormenta così profondamente da vedere ogni varietà di sogni. E nelle assemblee in cui deliberano su argomenti importanti, tutti in questo medesimo atteggiamento discutono degli interessi comuni…».

 
Cavaliere unno, tesoro di Nagyszentmiklós (Budapest, VII sec. d.C) 

I «rozzi e barbari unni» ovviarono per la prima volta all’ignoranza, da parte dei Romani, di tecniche evolute di sellatura e ferratura di staffe, la cui assenza fino a quel momento aveva reso la cavalcata decisamente instabile. Solo grazie all’applicazione delle nuove tecnologie fu possibile sfruttare appieno le capacità muscolari e l’agilità del cavallo. Nel frattempo, a Oriente l’Impero bizantino si scontrava con la possente cavalleria Persiana, abituata ad attirare i Romani in deserti senz’acqua per soffocarli con la povere e la sabbia e trafiggerli con frecce in grado di perforare la lorica più resistente: i bassorilievi presso la necropoli iraniana di Naqŝe Rostam mostrano ancora, a distanza di mille e seicento anni, i purosangue Neani del regno di Persia, bardati secondo la moda sassanide, con selle decorate a fiori geometrici, ciuffi di piume sul capo, code annodate e criniere rasate da un lato schiacciare con zoccoli possenti i nemici sconfitti dagli Scià di Persia. Presto la pesantezza di tali armate orientali sarebbe stata spazzata via dalla leggerissima cavalleria islamica del califfo Abu Bakr, abituata a resistere al calore del deserto e specializzata in imboscate tra le tempeste di sabbia.
Proprio in questa fase si ebbe il graduale passaggio dalla cosiddetta cavalleria pesante romana e persiana, dove cavalli robustissimi ma lenti sostenevano il peso enorme di cavalieri dotati di armature in ferro, alla cavalleria leggera, che affidava le sue possibilità di vittoria alla maggiore agilità e velocità del cavallo, debitamente addestrato per compiere operazioni militari. Il Medioevo stava per avere inizio, e con esso, l’Età dell’Oro del cavallo.

Lamina di scudo, cavaliere longobardo (Firenze - VII sec. d.C)

Altri barbari appresero le tecniche degli Unni: primi fra tutti le infinite carovane dei Goti che, apparsi già sulle coste del mar Nero già nel III secolo, mettendosi in marcia tra Italia e Spagna e sconfiggendo gli Unni, due secoli dopo avrebbero posto le basi per la definizione di nuove comunità complesse del mondo occidentale: i regni Romano-Barbarici. 
Tra tutti gli animali, pur non scordando mai l’orso e soprattutto il lupo, una delle specie a cui l'uomo si sentiva più affine e che meglio di altri rappresentava l'incarnazione delle sue aspettative, i suoi sogni e i suoi desideri, doveva restare sempre il cavallo: incarnazione di intrepidezza e nobiltà.
Le fonti ricordano ancora la fierezza e l’altissima stima goduta, al tempo, dal cavallo turingio o «stellato»: una specie rarissima, dal manto color dell’argento. I cavalli dei Goti passarono ai posteri tanto per la loro bellezza, quanto per il coraggio e la forza nell’affrontare qualsiasi impresa e comprendere ogni ordine impartito, «perché discendevano da una razza assai bellicosa, allevata su pascoli invernali».


Guerriero longobardo a cavallo (Cividale - VII sec d.C)

D’altra parte il noto storico Tacito, già mezzo millennio prima nel «De Germania» (I sec d.C) aveva dato risalto all’abitudine dei Germani di giovarsi degli ammonimenti dati loro dai loro stessi cavalli. Essi ritenevano che, proprio come i Greci antichi, tra tutti gli animali solo il cavallo potesse provare emozioni di dolore tali da piangere per un uomo. Anche per questo, presso i Goti mangiare carne di cavallo costituiva reato gravissimo.
Stroncati dalle insidie della Guerra Greco-Gotica (535-553), gli Ostrogoti cedettero il passo ai Longobardi: «Gens etiam Germana Feritate Ferocior» (popolo addirittura più feroce della ferocia germanica,) i cui spostamenti a cavallo segnarono modifiche molto profonde sugli assetti dell’Occidente.
Mai venuti a contatto coi Romani, i Longobardi si vantavano con fierezza del loro «stato brado». In una forma di civiltà progenitrice di quella vichinga, il cavallo svolgeva un ruolo talmente importante che, come chiosa l’Editto di Rotari (VII sec. d.C) «portare le armi e andare a cavallo è un privilegio concesso esclusivamente a uomini liberi». Anche nella mitologia di questi popoli è sempre il cavallo, montato da valchirie, a trasportare gli uomini tra le braccia degli dei dell’Olimpo germanico: il Walhalla. I Longobardi, che avevano vissuto più di cinquant’anni in Ungheria, attraverso i vicini Àvari, diretti discendenti degli Unni ma ancor più bellicosi, avevano appreso tutto quanto vi era da conoscere sui più ancestrali riti guerrieri un tempo appartenenti agli Sciti: l’intera esistenza di questo nuovo popolo nordico temprato dalla steppa ruotava interamente attorno alla venerazione per il cavallo. Perfino le donne d'alto rango, sebbene l'Editto di Rotari lo vietasse, si misuravano coi rischi del tempo galoppando a caccia di bestie feroci. 


Sepoltura longobarda con cavallo (Cividale - VII sec. d.C)


Con la fondazione della Langobardia Maior, lo stanziamento comportò l’importazione e la diffusione in Italia di usi e costumi di origine asiatica: gli eccezionali ritrovamenti archeologici di San Mauro a Cividale del Friuli e di Vicenne in Molise attestano il particolare rituale della sepoltura del cavaliere insieme al suo destriero: il guerriero e il suo migliore amico, sacrificato per l’occasione, furono uniti nella morte così come lo erano stati in vita.
La presenza del destriero immolato accanto al suo padrone, oltre al grande attaccamento nei confronti della cavalcatura, ribadì ancora una volta il primordiale ruolo di «psicopompo», ossia accompagnatore delle anime dei morti nell'Oltretomba. Il ritrovamento di staffe in tutte le tombe di guerrieri dimostra l’uso di equipaggiamento equestre avanzato già dal VI secolo. Il seppellimento contestuale dell'uomo e del cavallo si era già peraltro segnalato un secolo prima presso la necropoli Ostrogota torinese di Collegno.
Nell’atmosfera tipicamente malinconica e rarefatta delle saghe germaniche, lo stesso autore del poema sassone Beowulf (VII sec.d.C) dopo aver ricordato i suoi cavalli validi in guerra lanciati al galoppo con i manti fulvi dove le vie dei campi sono più conosciute, mise sulla bocca del protagonista, mortalmente ferito dal drago e ormai giunto alla fine dei suoi giorni, queste significative parole: «È scomparso il piacere dell’arpa, il diletto del legno sonoro; non vola più nella sala il bravo falco, il mio cavallo veloce non scalpita più nella stalla, dentro la rocca. Una mala morte ha scacciato via le specie viventi. Così, con mente lugubre, Beowulf piangeva la sua pena».
A parte questa e poche altre eccezioni, perdute le leggende tramandate per via orale in assenza di un autore greco o romano che potesse trascriverle, possiamo aiutarci con l’etimologia della lingua italiana, che nelle parole di origine germanica ha conservato chiari riferimenti all’onnipresenza del cavallo: «blank» si riferiva al loro mantello chiaro, «marh» significava cavallo marrone, poi più semplicemente cavallo, da cui derivava anche il termine «mahrskalk» ossia maniscalco; «blada» era la biada, «bregdan» significava tirare le briglie, «wiffa» era un fascio di paglia e la «stalhalle» o casa lunga di legno, tipica degli insediamenti rurali, divenne la stalla per i cavalli.
Il nobile equino visse però la vera sua età dell'oro dall’VIII al XIV secolo, quando divenne il simbolo stesso della società feudale e del più potente dei gruppi umani dell'epoca: la cavalleria barbarica dei Carolingi. 


 Fonte battesimale, magister Robertus (Lucca, S. Frediano - XII sec.d.C)

Il terreno fu preparato dall'utilizzo della cavalleria pesante, che sfruttava la nuova tecnica dell’inarrestabile forza d'urto promossa da Carlo Magno e dai suoi successori, che strutturarono tutta la società franca al punto da permettere il reclutamento e il mantenimento di una efficace forza di cavalleria. Con «l’adozione per arma», secondo una consuetudine ancora di stampo barbarico, il rapporto vassallatico consentiva ai primi signori feudali di procurare ai loro vassalli il cavallo da guerra, lo scudo e le armi in cambio del servizio militare e dell’impegno di radunarsi al «campo di Marzo» al fine di misurare la forza e la coesione collettiva: la stessa coesione con cui i Franchi, dopo 3 secoli di tentativi, misero fine al regno longobardo d’Italia. Il legame psicologico dei giuramenti e la forza tecnica del cavallo sellato, ferrato e munito di staffe fecero di questa disordinata accozzaglia di uomini, senza strategia né disciplina militare, una macchina da guerra poderosa.
Fu da quel momento in poi, grazie ai Franchi e ai Normanni, che la figura corazzata del cavaliere in sella, armata di lancia o spada divenne l’immagine per eccellenza della guerra medievale; il destriero, di suo, incarnava più che mai gli antichi valori, d’ora in poi assimilati dai nuovi ideali cavallereschi. Presto la guerra avrebbe conosciuto un tripudio colorato d’infiniti simboli araldici: tra di essi anche forme mitologiche e idealizzate dello stesso cavallo, in veste di pegaso e unicorno.
Nella civiltà europea basso-medievale l’importanza di avere un cavallo da guerra definì lo status sociale della nuova classe dominante, ossia quella della nobiltà militare, fino al XIV-XV secolo. In quest’epoca la letteratura cavalleresca ci tramanda la memoria, spesso ammantata da una leggendaria aura nebbiosa di innumerevoli imprese compiute a cavallo. Informazioni sul come i cavalieri medievali concretamente montassero i loro destrieri e di come questi venissero domati, addestrati, accuditi ci giungono in maniera chiara dal trattato di Giordano Ruffo di Calabria, ufficiale negli allevamenti imperiali alla corte di Federico II. (prima metà del XIIII sec.). che tratta di allevamento, di alimentazione e riproduzione, di doma e addestramento, morsi, ferratura e struttura fisica dell’animale. Circa l’allevamento equino selettivo, l’allevamento dei cavalli nel Medioevo, pur importantissimo, non si basava più sul lignaggio genetico i cavalli, ma ai fini della loro destinazione pratica.


Affreschi umbro-marchigiani (Subiaco, Roma, S. Benedetto - XV sec. d.C)

Come abbiamo visto fino ad ora, nell’immaginario pagano e militare il cavallo ha sempre evocato con unanimità i valori di libertà, forza e bellezza: ma non è stato sempre così. In particolare, la concorrenza del Clero ha permesso che la passione per le simbologie implicanti Vizi e Virtù fosse applicata anche sul cavallo con interpretazioni dal duplice aspetto: la Chiesa del Mille, non volendosi associare con troppo entusiasmo alla nascita della Cavalleria e al suo stile di vita dilagante, andò a rispolverare nelle citazioni dell’antico Fisiologo, capostipite di tutti i Bestiari moralizzati, passaggi veterotestamentari in cui cavallo era citato perlopiù negativamente: ed eccolo spiccare come campione di stolta alterigia, di passionalità sfrenata e incapacità di obbedire senza l’imposizione della forza. «Non siate come il cavallo e come il mulo privi di intelligenza», esorta ad esempio il salmista (Salmo 32, 9). E che dire del profeta Geremia? Drammatizzando la delusione del Signore per il tradimento dei figli del suo Popolo, egli li definì «come stalloni pasciuti focosi: ciascuno nitrisce dietro la moglie del suo prossimo» (Geremia, 5, 8). Come ignorare che il cavallo è anche forte, potente nella corsa e irresistibile in battaglia? 
Questa caratteristica nell’Antico Testamento viene addirittura condannata, perché, ammonisce ancora salmista, «il cavallo non giova per la vittoria, con tutta la sua forza non potrà salvare». Solo chi confida in Dio e nella Salvezza verrà risparmiato. E il profeta Isaia: «guai a quanti scendono in Egitto per cercare aiuto e pongono la speranza dei cavalli senza cercare il Signore». Il destino di chi prenderà questa strada è impietoso come quello dei Faraoni che inseguirono gli Ebrei fuggiti dall'Egitto: «allora il terribile esercito del faraone fu travolto dalla potenza di Jahvé che ha gettato in mare cavallo e cavaliere». (Isaia, 31, 3). 

T. Schuler, Carro della Morte (Strasburgo, Palais du Rohan -1844)

Nel Nuovo Testamento, il messaggio giovanneo dell’Apocalisse, piuttosto criptico, vede raffigurati quattro cavalli: un cavallo bianco, e colui che lo cavalcava aveva un arco; un altro cavallo, rosso fuoco, al cui cavaliere fu consegnata una grande spada; quindi un cavallo nero, e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano; infine un cavallo verdastro, a cui veniva dietro l'inferno.
Gli ultimi tre cavalieri sono chiaramente identificabili nelle personificazioni della guerra, la cui cavalcatura ha manto rosso sangue; della carestia, nera come la fame e della morte, con la cavalcatura livida come un cadavere in decomposizione. Ma il primo cavaliere, quello che monta il cavallo bianco, chi è? Forse non s tratta di una forza distruttrice, ma della figura del Cristo trionfante che monta sul destriero bianco della vittoria. Non a caso anche i cavalieri dell’iconografia cristiana, come San Giorgio che uccide il drago, San Martino che divide in due parti il suo mantello per donarne una a un povero, San Paolo che viene disarcionato sulla via di Damasco e Sant'Ambrogio che armato di flagello, irrompe fra le schiere nemiche montano tutti su cavalli bianchi. Gli esegeti affermano quindi che ci sono cavalli di Dio e cavalli del demonio.
Sant’Ambrogio stesso che amava andare a cavallo, considerò con saggezza che la simbologia del cavallo potesse essere considerata buona o cattiva a seconda che la virtù dei loro cavalieri, o meglio delle loro anime fosse stata in grado di cavalcarne o dominarne le passioni.
Resta il fatto che, in ogni caso, nell’immaginario collettivo fiabesco l'eroe, il buono, non potesse non montare una cavalcatura bianca: simbolo di purezza, riflesso della stessa nobiltà d'animo del cavaliere.
Nel Rinascimento, lo studio dell’equitazione in campo manualistico dimostrò che non vi fu altra attività dell'uomo in cui, nel corso della storia, fossero stati scritti così tanti testi di approfondimento. Ma il rapporto che si stabilì nei secoli tra uomo e cavallo si modificò gradualmente nell'ultimo periodo storico, da quando cioè il motore a scoppio trasformò il modo di viaggiare e di fare la guerra. Infine, dal Novecento in poi l'equitazione perse la propria importanza utilitaristica e si trasformò in attività meramente ludico-sportiva.
Eppure, il simbolo artistico del monumento equestre come simbolo di potenza e prestigio prospererà ancora per molto, in maniera più o meno politicizzata, in tutta Europa: basti pensare ai grandi studi artistici dedicati alla fisionomia equina effettuati dal Verrocchio, Donatello e da Leonardo da Vinci, ma anche alle numerose statue equestri post-risorgimentali, più o meno retoriche, che abbondano nelle nostre città dalla fine dell’800.


Steppa con cavallo e rovine romane (Histria, Romania)

Ma che ne è stato dello «spirito originario» del cavallo? Dapprima mistificato da un clero fuorviato da interessi politici, obliato negli ultimi secoli dagli incroci estenuanti tra specie che, con la presunzione della purezza di sangue, hanno minato la salute e la resistenza di molti esemplari, esso pare essersi definitivamente volatilizzato. Unica possibilità forse, sarebbe quella di andare a rileggerlo in un passato molto recente ma ugualmente estintosi, in maniera tragica: quello degli indiani d’America. Introdotto nel Nuovo Mondo dagli Spagnoli del XVI, la diffusione graduale e il ripopolamento del cavallo furono incentivati da episodi come ribellioni, furti di bestiame e la cattura di esemplari precedentemente tornati alla vita selvatica. 
Per gli indiani, che prima dell’arrivo degli Europei avevano sempre percorso lunghe distanze sulle loro gambe, tutto cambiò rapidamente. Come in una sorta di reminiscenza arcaica gli sciamani amerindi, con una sensibilità degna dei popoli celtici compresero da subito le potenzialità mistiche del cavallo, attribuendogli le antiche virtù protettrici dello spirito-guida. Fu così che, eletta la misteriosa creatura arrivata dall’Europa al primo posto tra i totem animali del selvaggio West, ne percepirono da subito l’energia ancestrale legata al mondo dell'aldilà. Essi, ritenendo che la forza simboleggiata dal cavallo fosse la saggezza, confidavano che il suo spirito si sarebbe avvalso della capacità di trovare per il suo cavaliere i passi giusti lungo strada nella vita presente, con l’aiuto delle reminiscenze di quelli realizzati nelle vite precedenti. 
A tal proposito un vecchio saggio indiano avrebbe detto: «Fatti piccolo davanti a lui e quando vuoi qualcosa, chiediglielo. Vedrai che i tuoi occhi, attraverso i suoi, scopriranno un mondo che tu non hai mai visitato». Ed ecco il cavallo tornare ad essere inteso come medium spirituale, come chiave per carpire i segreti delle forze creatrici di un altro mondo: quel Nuovo Mondo che, con la sua immensa natura vergine, ha sopperito al lontano ricordo di un’antica Madre Terra, cancellata per sempre.






Marco Corrìas (alias Marc Pevén)

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