domenica 6 agosto 2017

San Salvatore a Pavia, ignoto mausoleo reale


Lasciata alle spalle la stazione ferroviaria, via della Riviera si snoda in direzione della periferia pavese, passando a lato di una chiesa che, per via dell'ubicazione defilata (il sagrato è adibito a posteggio per i residenti), e del suo aspetto scabro, ai più passa quasi inosservata.

Si tratta di San Salvatore (ex San Mauro): un grosso corpo di fabbrica incompiuto la cui facciata, rivestita in laterizi e con un grande oculo al centro, riassume stilemi di transizione tra cultura gotica e rinascimentale (1476-1511).


La storia dell'edificio è ben più antica della struttura attuale: nell'alto Medioevo il celebre storico Paolo Diacono vi aveva già la testimoniato la presenza di una chiesa-mausoleo di illustri re longobardi: Ariperto I (661), quivi seppellito con suo figlio Pertarito (692), il nipote Cuniperto (703) e Ariperto II (712): una vera e propria dinastia barbarica. La stessa via della Riviera, che oggi conduce alle autostrade, ai tempi costituiva un tratto della via Francigena.



Nel X secolo San Salvatore assunse una nuova importanza, dovuta all'impulso dell'imperatrice Adelaide di Borgogna: già moglie del re carolingio d'Italia Lotario I, poi dell'imperatore sassone Ottone I detto "il grande", nel 971 la sovrana fondò ex novo chiesa e monastero annesso, dotandoli di nuove donazioni ed esenzioni; la tutela del luogo sacro fu affidata alla congregazione dei benedettini di San Maiolo di Cluny. Le ceneri di Adelaide, divenuta santa, riposano ancora qui: la sua memoria è tramandata ai posteri grazie a un'iscrizione e a una tela barocca di Gatti (1693), poste in controfacciata.



Dopo aver perso gran parte del proprio potere, derivato dalla presenza dei re germanici in nord Italia, San Salvatore decadde fino alla definitiva riedificazione nelle sue forme attuali, ad opera della Congregazione di Santa Giustina da Padova.
Dal 1782 il monastero visse una nuova fase di decadenza, dovuta alle soppressioni asburgiche. La chiesa stessa fu sconsacrata, adibita a caserma militare nel 1860, riconsacrata nel 1901 e in quell'occasione dichiarata monumento nazionale.





L'interno della chiesa, a tre navate, presenta una raffinata decorazione classicheggiante databile gli inizi del XVI secolo; motivi a grottesche, fregi con angeli e tondi e ritratti di monaci nella trabeazione, clipei con profeti negli spicchi absidali e dottori della Chiesa nelle lunette: insieme alla spazialità interna dell'edificio gli affreschi costituiscono elementi di modernità rinascimentale, all'interno di un monumento che per altri aspetti rimane improntato al gusto tardo gotico.




La prima cappella a sinistra risalta in tutta la sua bellezza: gli affreschi giovanili del pittore Bernardino Lanzani vi narrano in maniera briosa episodi di vita di San Maiolo di Cluny: dalla sua opposizione ai saraceni lungo i passi alpini, alla riconciliazione di Adelaide di Borgogna con il figlio Ottone II fino al salvataggio di un gruppo di navigatori dai flutti del fiume Rodano, presso Avignone.

Nella quarta cappella a sinistra, altri brani affrescati dalla prolifica bottega del Lanzani descrivono scene tratte dalla vita di Sant'Antonio Abate: ad episodi di vita contemplativa si sovrappone il confronto finale con il peccato, incarnato dal diavolo in persona.

In fondo alla chiesa, sul lato destro dell'altare maggiore si conserva un'altra cappella: spazio appartato, ancora dominato da volumetrie gotiche, che custodisce altri notevoli affreschi del Lanzani, più tardi, dedicati a Martino di Tours: il celebre santo, collega di Ambrogio di Milano, tradizionalmente effigiato nell'atto di donare il suo mantello a un povero, trascorse gli anni della sua giovinezza proprio nei pressi di Pavia.





Il ciclo di affreschi dedicati alla vita di San Benedetto, posti nella cappella a sinistra dell'altare maggiore, è invece andato parzialmente perduto a causa dello scarso interesse da parte della Sovrintendenza ai Beni Culturali: i danni, causati da infiltrazioni d'acqua, erano già stati segnalati invano tra il 2003 e il 2008, con una serie di seminari didattici organizzati presso il collegio Ghislieri. Attualmente anche i chiostri rinascimentali del monastero, sono lasciati all'incuria.

Bernardino Lanzani, protagonista della stagione pittorica del Rinascimento pavese, era nativo di San Colombano al Lambro; apprese il mestiere quasi certamente presso la bottega del grande Ambrogio da Fossano, detto il Bergognone, che proprio in quegli anni operava per conto della corte Sforzesca. Autore di numerosi quadri e affreschi lungo la strada tra Pavia e Bobbio, il Lanzani ottenne numerose commissioni, in particolare da parte dei benedettini di Bobbio, che non a caso gestivano anche il celebre monastero pavese di San Pietro in Ciel D'oro, oltre alla stessa chiesa di San Salvatore: non si trattò di un pittore maggiore, bensì di uno fra tanti abili artisti lombardi che si impratichirono imparando benissimo il proprio mestiere. Celebre è la sua veduta di Pavia a volo d'uccello, affrescata in San Teodoro nel 1524.

Testo e foto: Marco Corrias

martedì 25 luglio 2017

"Pietro Buono": un pittore napoletano alla corte sforzesca?




La sagrestia della chiesa ambrosiana di Santa Maria Segreta, ignota ai più, custodisce un capolavoro del tutto inatteso: una pala d’altare di scuola aragonese. L’opera, capolavoro del suo genere, raffigura l’Incoronazione della Vergine, celebrata con tono elevato e aulico da Dio Padre e Cristo in persona, entrambi rivestiti di sfarzosi paramenti di broccato e oro; ai lati, la composizione è circoscritta dalle monumentali figure di San Gerolamo e San Giovanni Battista. Sul gruppo pittorico incombe la colomba dello Spirito Santo, attorniata da una corona di cherubini musicanti.


 

Gli stessi motivi ricorrono anche in maestri più noti come Colantonio del Fiore, che appartenne alla generazione precedente e che, tra le altre cose, fu anche il maestro di Antonello da Messina. Non a caso, l'esempio dei due pittori citati convive con la luminosità avvolgente del francese Jean Fouquet e con il senso plastico e monumentale della grande scultura gotica francese. Lo studio analitico, sottilissimo nei particolari delle vesti, si staglia su un fondo aureo con fluenti e flessuose pieghe spezzate.

L’Incoronazione è stata attribuita a Pietro Befulco detto “Pietro Buono”: un artista di origine salernitana ma residente a Napoli, dove la sua attività fu documentata tra il 1471 e il 1506. L’opera potrebbe collegarsi a un documento del 5 ottobre 1492; a quella data il priore della chiesa di S. Maria delle Grazie a Caponapoli, lo spagnolo fra’ Martino Frexinal, aveva offerto 50 ducati d’argento al pittore, per una pala d’altare raffigurante l’Incoronazione della Vergine e, nella predella, la Flagellazione di Cristo e l’Andata al Calvario: queste due tavolette, oggi smembrate, sono ancora miracolosamente conservate al Museo della Certosa di San Martino a Napoli, mentre la tavola principale parrebbe essere proprio quella misteriosamente finita in S. Maria Segreta...
L’opera milanese si colloca nel momento stilistico più felice di questo pittore misterioso (per alcuni critici Pietro Befulco e Pietro Buono non sarebbero nemmeno la stessa personalità…) quando Alfonso II d’Aragona stava riqualificando dal punto di vista artistico la capitale del suo regno.



                                                                                Milano, S. Maria Segreta


Sul finire del secolo, infatti, il nuovo re stava perseguendo, proprio come Ludovico il  Moro, una politica di prestigiose committenze artistiche, sebbene sulla scia di gusti in parte diversi: quelli della pittura di gusto catalano-fiammingo. 

Nonostante la vivacità culturale della corte aragonese, accompagnata dalla presenza di importanti umanisti e letterati, i numerosi influssi fiamminghi e iberici che s’incrociarono a Napoli non riuscirono a sintetizzarsi del tutto in un linguaggio stilistico originario e unitario, come invece andava accadendo a Milano in quegli stessi anni, per via dei gusti ancora “feudali” del re straniero: riflesso di una sostanziale indifferenza verso le nuove istanze della pittura rinascimentale italiana. La chiamata a corte di artisti forestieri di provenienza disparata, come il maiorchino Guillermo Sagrera, il dalmata Francesco Laurana e il lombardo Domenico Gagini per il rinnovamento del Maschio Angioino, a tal proposito, parla chiaro.

                                                                                     Ippolita Maria Sforza 

Indagando tra le pagine della storia veniamo comunque a scoprire che re Alfonso II di Napoli era alleato degli Sforza di Milano: già nel settembre 1465, quando era ancora duca di Calabria, Alfonso sposò con una cerimonia fastosa Ippolita Maria Sforza, figlia di Francesco Sforza. Più tardi, nel 1479, un giovane Ludovico Sforza duca di Bari, non ancora detto “il Moro”, non si creò problemi a persuadere il sovrano aragonese sulla possibilità di dargli una mano per ottenere il controllo di Milano ai danni del fratello Galeazzo Maria, in cambio di un matrimonio spregiudicato tra suo nipote Giangaleazzo e la figlia Isabella d’Aragona: episodio interessante, quanto poco noto. Lo stesso Alfonso, con quel matrimonio, covava torbidi sogni di conquista del ducato Sforzesco...

L'invasione d’Italia da parte del dinasta francese Carlo VIII, scatenata, per uno scherzo del fato, proprio dalla politica spregiudicata del Moro, mise fine ai sogni di gloria di Alfonso II nel 1495.


                                                                   Alfonso II di Napoli

A quale motivo va imputata la presenza di una pala del Rinascimento napoletano alla corte Sforzesca? Forse al mecenatismo dei due dinasti, o a uno scambio di artisti, tanto di moda alla fine del Quattrocento? Pietro Befulco detto “Buono” era un maestro ben inserito nel gusto catalano della corte partenopea, tanto da giustificare l’ipotesi di un viaggio di studio in Spagna; forse, chissà, anche a Milano, presso la corte Sforzesca?


Visto lo smembramento dell’opera, sarebbe più credibile pensare che la tavola principale sia stata acquistata, se non addirittura rubata nel corso del XIX secolo su commissione di qualche intenditore d’arte, e rocambolescamente finita a Milano? O forse, più semplicemente, si tratta di un deposito esterno della Pinacoteca di Brera, pressoché obliato nel corso degli anni?


Castello Sforzesco


Ai tempi scrissi che "il grande interesse per l’opera e la sua eccentrica collocazione avrebbero potuto alimentare nuovi studi e magari chissà, una tesi di laurea"...aggiunsi anche che chiunque un giorno avesse desiderato approfondire il mistero di Pietro Buono attraverso gli archivi ambrosiani e napoletani era caldamente pregato di comunicarci le sue nuove scoperte.

Manco a saperne: tocca ancora a me, attraverso restauratori dell'accademia braidense scoperti all'opera in loco, svelare questo mistero dopo anni e anni: correva il 2013 dal giorno della mia segnalazione: da allora nessuno se ne interessò più. Quest'oggi sono tornato in loco, ho parlato con il don e ho assistito ai restauri in corso di un'opera che, evidentemente, ignorata dalla "Milano da bere", non era poi così ignota agli studiosi del campo...e cosa scopriamo? Troviamo un'equipe in piena attività di restauro sull'opera: la pala non é stata scordata! Scopriamo anche che la pala avrebbe fatto parte della dote della nuova "sposa - giocattolo" voluta dalla crudele macchina dei matrimoni combinati e per procura del tempo, voluti dalle dinastie regnanti: unire Sforza e Aragona, nord e sud, comportava obiettivi così ambiziosi che nessuna delle parti poté realizzare per davvero. La pala apparteneva alla giovane pruncipessa  Isabella d'Aragona, figlia di Alfonso di Calabria e di Ippolita Maria Sforza, ricevuta alla corte sforzesca più che altro per via di un debito che Ludovico il Moro aveva contratto a inizi carriera.


                                             Vesti aragonesi: Pietro Buono a Milano, S. Maria Segreta 

Le fonti infatti testimoniano come Ludovico il Moro dovette ripagare il sovrano di Napoli di numerose prove di fedeltà ricevute, come il giovanile titolo di duca di Bari, senza il quale egli non sarebbe stato nessuno e che in seguito gli permise per vie trasversali la scalata al potere nella lontana Lombardia. Lo scotto da pagare fu un matrimonio combinato tra due giovinetti: il nipote del Moro, il bellissimo e biondo crinito ma freddo Giangaleazzo e la calorosa e sensibile e olivastra Isabella d'Aragona, che prima del fatidico incontro mai si era stancata di ammirare e baciare l'immagine del fanciullo lombardo...inizio di un idillio fiabesco, come tutti aspetteremmo? Macché!

Dopo tante cortesie affettate la giovine, dai modi squisiti ma troppo sofisticati per i gusti spartani della corte sforzesca, divenne presto oggetto della crudeltà di corte stessa.


                                Pietro Buono  conservato presso Laino Castello in prov. di Cosenza.

"Gli stomachi dei melanesi abituati a sostanziosi mangiari settentrionali, non gradiscono le "raffinatezze napoletane, a base di dolci e di spezie e troppo leggere per i loro gusti" riferì un cortigiano crudele.
Ed ecco le prime angherie psicologiche, poi tramutatesi in vere e proprie privazioni, che dovette patire Isabella, che dopo aver attraversato tutto il Tirreno per nave subendo il mal di mare, aveva sognato ad occhi aperti: per contratto, ma anche per amore oltrepassó il ruvido appennino e sperimentò il gelo sferzante della valle Scrivia, prima di acquartierarsi a Tortona (Per i tempi un clima del genere era mortalmente foriero di polmonite).


L'aspro paesaggio appenninico della valle Scrivia

La fortuna non fu mai amica di Isabella; nemmeno tra le coperte. Il giovane Giangaleazzo, pur bello ed elegante, non riuscì mai a soddisfare la giovane aragonese: non perché ella fosse meno attraente rispetto alle dame bionde e opulente della corte sforzesca, bensì per un problema intrinseco...

"Il duca è di natura debole e reclinata, come una serpe sorpresa dal gelo". La notizia fece il giro in un baleno. "Ma perché farne un dramma?" disse lo stesso Ludovico il Moro, sorridendo ironicamente. Il giovane duca poteva essere stato paralizzato dalla timidezza o dall'inesperienza!  In fin dei conti poteva capitare a tutti, "durante una partita di caccia, di fallire il primo colpo di balestra"...


                          Dame lombarde, polittico di Treviglio (Bergamo, B. B. Zenale e Butinone)


Il giovane erede aveva diciannove anni e del resto, con tutta una vita davanti a sé, si sarebbe potuto rifare di quel piccolo infortunio...oppure no? 

In tale contesto, il polittico di Pietro Buono si svelerebbe quindi come uno dei dei numerosi doni preziosi portati da Isabella aragonese fin da Napoli...e tutto il resto? Come andò a finire?


Per saperlo vi invito a seguire Medioevo Monumentale, Wunderkammer e il loro amministratore, Corrias, che intende organizzare una triade di visite guidate tra Pavia longobarda, Viscontea e Milano sforzesca: ne vedremo delle belle!



                                 Le bombarde del Castello Sforzesco (Como, museo Giovio) 

Foto e testo: Marco Corrias

(P.s: S.Maria Segreta non é più la stessa chiesa edificata nel Settecento da Giulio Galliori presso l'omonima via del centro città, ossia tra il Cordusio e l’inizio di Via Meravigli: questa fu demolita per fare spazio alla Milano dei grandi palazzi pubblici di fine Ottocento. L'attuale e omonima chiesa é infatti una ricostruzione novecentesca, rielaborata ex novo presso via Mascheroni con il reimpiego della facciata smembrata del San Giovanni alle Case Rotte presso Piazza Scala: unico resto di un edificio progettato da Francesco Maria Richini nel primo quarto del '600).

mercoledì 31 maggio 2017

Canto Barbarico Cap III: Studion





Afoso tramonto di fine maggio.
Pakomios, giovane neofita in tonaca bianca, osserva i riflessi del sole calante infuocare i tetti di bronzo dell’Urbe d'Oriente. Il cielo è cremisi sopra Byzantion, città edificata nei marmi preziosi. L’acropoli svela i suoi monumenti sulle pendici dei sette colli, creati a immagine e somiglianza di Roma antica. Lungo il tracciato della Città Alta colonne onorifiche punteggiano i Fori con archi trionfali, terme e acquedotti; piazze cintate da propilei di basalto, statue equestri fuse nel bronzo. Da più di due secoli gli imperatori hanno spostato la propria sede in un luogo sicuro, lontano dall’ira dei barbari: un nuovo mondo, ai confini con l’Asia Minore.
Osserva Byzantion, la nuova Roma!
E’ ciò che sussurrano i pellegrini, scorgendo le cupole d’oro splendente attraverso il riverbero della steppa.
Ammira la città splendida. Guardala!
I carovanieri, stremati dal viaggio, lo gridano in lingue ogni volta diverse. Persiano, latino, greco, aramaico. Insidia di sabbia e predoni, la Via della Seta è un ricordo lasciato alle spalle. La megalopoli, avamposto del mondo civile, spalanca i suoi mille portali ai viaggiatori.
Byzantion si schiude come il ventaglio di un faraone.
Qui, dove il Mar Nero si sposa con i flutti del Mediterraneo, Oriente e Occidente mettono al mondo un prodigio inatteso: un immenso teatro affacciato sul golfo, solcato da candide vele.
Le insenature accolgono flotte di navi da guerra alla fonda; dromoni slanciati, trireme dai rostri appuntiti: tendaggi di lino appena agitati dai tiepidi sbuffi dello scirocco, una selva di vele multicolori.
Cultura greca e ingegno romano, disciplinati da leggi divine.
I gabbiani planano, volano in cerchio sulle geometrie pure dei grandi palazzi neoellenici; i raggi del sole al tramonto mettono in luce le sfumature di trenta e più qualità di marmi diversi.
Muraglia zebrata di pietre e mattoni, barriera di torri poligonali: è l’estremo baluardo a strapiombo sul mare. La cima isolata di Belisaryon invia segnalazioni ai naviganti; la sacra cappella di Pharos si nutre del dogma esalato dalle antiche reliquie portate fin qui dalla Terra Santa.
Retaggio della Nuova Roma: come la luce di un faro che illumina il mondo di fede cristiana.
Pakomios sbadiglia. Appoggia i gomiti sul parapetto, osservando dall’alto del ballatoio. La sua posizione è privilegiata; dalle terrazze del monastero, silente dimora dei confratelli, il suo sguardo spazia fino all’insenatura del Corno d’Oro.
Complesso di Studion.



Sede del culto, fortezza del radicalismo cristiano più intransigente e ortodosso. Il novizio sgranocchia una focaccia calda.
“Miele e semi di sesamo…eccezionali”.  Frumento caldo appena sfornato, trovato per caso giù alle cucine.
“Non è un furto” Pakomios cerca di persuadersi. “Res nullius, primi possidentis”.  Aforisma latino, parte del corpus di leggi imperiali: le cose prive di proprietario spettano al primo che le ritrova.
Il sole calante gli illumina il volto. Pelle liscissima, sguardo rapito, Pakomios non pare votato alla vita claustrale. Il suo aspetto è da giovane amasio, di quelli che si offrono a carissimo prezzo al trastullo dei ricchi mercanti del porto antico.
Byzantion, sensuale miraggio di porpora e oro.
Città di mare, assuefatta all’avorio e alle spezie, profuma d’incenso, mirra e legni combusti di sandalo e cedro; talvolta i quartieri alti esalano perfino aromi d’oppio e di altre essenze inebrianti.
L’ambra, invece, arriva per vie di terra: dal freddo mar Baltico, con schiavi e pelli trattate. I bizantini sono grandi maestri negli affari e si sa, dove fiorisce il commercio prosperano anche il vizio e la corruzione.
Lo sguardo del giovane è abbagliato dai raggi dell’immensa cupola di Hagia Sophia e dai mosaici del palazzo proibito della Magnaura.
Porte bronzee, sempre sbarrate.
Soldati barbarici montano la guardia a turno, di fronte ai battenti dipinti col volto splendente del Cristo pantocrator.
“E’ lì che risiede l’imperatore”.
Delegato di Dio in terra, è il tredicesimo apostolo. Il basileus.
Oltre l’acropoli, un gruppo di giovani donne avvolte di seta, sfilando a braccetto si lascia le terme di Zeuxis alle spalle; scivolano lungo la via della Mése, che taglia in due la città. Pakomios contempla le vesti fruscianti; respira a pieni polmoni le essenze pregiate che arrivano fino alla  terrazza.
“Si dirigono verso le stoài”.
Porticati di marmo a due piani, dove la gente s’incontra al calar della sera; spazi in cui si commercia e contratta sul prezzo di spezie, tessuti e profumi.
Istrioni italioti declamano rime; schiave d’Irkania dalla pelle bronzea volteggiano al suono dei flauti efthaliti. Veggenti decrepite, in mezzo alla via, predicono il fato ai superstiziosi.
Plebei, aristocratici, servi affrancati. Tutti si danno ritrovo all’ombra di antichi cipressi, sotto le candide stoài colonnate.
Un fachiro ghassanide incanta i crotali del deserto: afferra le serpi cornute a mani nude e premendone i denti spilla il veleno mortale in ampolle di vetro.
“Quanto darei per sguazzare nel sudicio caos della gente libera…”
Il giovane sogna a occhi aperti. Vorrebbe librarsi nel vento tiepido, oltre le mura del monastero, per assaporare il suo desiderio più grande.
La libertà.
Eppure qualcosa lo ferma. Lo ostacola.
Perso lo slancio, abbassa lo sguardo sulla sua tonaca bianca.
Casto candore, alimenta i dolori: riflette una realtà dura, imposta per regole austere. La colpa non è solo dei voti presi nel chiostro; spesso la veste talare, ambiguo pretesto di canapa e lino, cela misteri più oscuri.



La folla si scosta: apre la via a una quadriga falcata, trainata da sei purosangue. Il carro è scortato da un gruppo di cavalieri che tengono alto il vessillo giallo e cremisi del patriarca d’Armenia.
«Àghios o Theòs, kài patèr tòn olònnnn”. . .
Santo è Dio e padre di tutte le cose…
In quello stesso istante, alle sue spalle si eleva un coro di voci. I confratelli del monastero di Studion innalzano lodi: notte e giorno, celebrano a turno l’ufficio divino.
«Àghios o Theòs, ou è boule teleitai apo tòn idiòn dunameònnnn”.
Santo è Dio, la cui volontà si compie per mezzo della sua potenza. Cantano, senza sosta. Pregano insieme, per sé e per gli altri: unico modo per assicurarsi la protezione del Cielo sulla città sacra.
«Àghios o Theòs!» ribadisce una voce stentorea, sul ballatoio. Il novizio si volta; di fronte a lui spicca una sagoma.
Theodoros.
Theodoros studita, l’egumeno. Uomo guida del monastero: retto e severo, campione indiscusso dell’ortodossia.
«Si può sapere dove ti eri cacciato?»
Barba a cassetta, ferrigna; capelli rasati. Theodoros indossa una candida veste trapunta di emblemi con i Sacri Testi. Nella mano destra stringe un bastone rituale di legno scolpito: la palitsa.
«I tuoi confratelli effondono mirra, il rito è imminente» lo avvisa. «Senza di te chi effonderà le note più alte?»
Pakomios è il virtuoso del coro di Studion: senza il suo avvio di due ottave la messa cantata non può avere inizio.
Passi lenti sul ballatoio. L’egumeno avanza, si appoggia anche lui alla balaustrata. Osserva i riflessi del sole calante sulle acque marine del Corno d’Oro. Il giorno ha ceduto il suo trono alla sera, fragrante di gelsomini in fiore. Torce e lucerne prendono vita, Byzantion si accende: come ogni notte, il mondo galante delle stoài è pronto al risveglio.
Theodoros scorge il gruppetto di etherai: puttane di lusso, lungo la via. Il linguaggio dei loro corpi sinuosi e adorni d’argento attira i clienti come  api sul miele.
«Ragazzo, guardavi le lucciole?»
Tutto ad un tratto Pakomios si accascia. Non sa cosa dire.
«E chi non le noterebbe?» Theodoros si affligge. «Il loro inganno è talmente sensuale da indurre in peccato perfino un santone”.
Vestite di seta e gioielli, doni preziosi di ricchi amanti.
Byzantion, adagiata sul mare dei tuoi peccati...sei la nuova Babilonia!



Lo sguardo severo del padre dei monaci torna a posarsi sul ragazzino. Il suo aspetto, aggraziato, ha un che di femmineo.
«Ragazzo, non hai più voce? Hai perso la lingua?»
La lingua c’è ancora, in fondo alla bocca. Ciò che il novizio ha perduto per sempre è di altra natura.
Pakomios non ha più i genitali.
Androgino, glabro…il fanciullo è un eunuco; in quanto tale, non ha più facoltà di concupire, né di concepire.
Il padre di Studion riconosce il suo sbaglio. «Beati coloro che si sono fatti angeli per la salvezza delle nostre anime». Appoggia due dita sulla fronte del neofita.
Eunuchi: voci apprezzate fin dall’infanzia. Il canto claustrale è una virtù da coltivare; così accade che a Oriente, col benestare dei parenti, la lama tagliente del castratore infranga un dono virile ancora innocente, imponendo la mutilazione dei genitali.
Soprano leggero, solista. La crescita non potrà più alterare il tuo dono prezioso. Manterrai una voce paradisiaca, per tutta la vita.
Fragore di zoccoli sul lastricato, nella via sottostante. Il carro-lettiga si ferma all’ingresso del monastero.
Stendardo giallo e cremisi. Theodoros, spiazzato, aggrotta la fronte.
“Domiksios d’Armenia?”
L’anziano patriarca del regno autonomo è il nunzio imperiale; il basileus ordina, lui esegue. In questo periodo però Domiksios è lontano da dalla capitale. "Chissà in quale terra straniera". Forse la Persia, sussurra qualcuno.
«Vieni con me, è tardi”.
L’egumeno porge la mano al neofita. Scendono insieme al piano inferiore; un’aula sorretta da colonnati di marmo bianco. Qui gli studiti hanno eretto una biblioteca in cui esercitare lo studio e la lettura dei Sacri Testi.
Oltrepassano lo xenodochion: l’ospizio per i malati. La carità a Studion è praticata su larga scala, in forma di pia ospitalità ai derelitti e assistenza agli infermi.
Rinuncia, preghiera, obbedienza: armi di fede contro il demonio e le sue tentazioni.
Il complesso è gremito di adelphoi. Ospita fino a trecento confratelli greci, siri, copti e latini. Comunità mista di soli uomini.
Al passaggio del padre i monaci s’inchinano in segno di deferenza. Ognuno interrompe le proprie mansioni, unendosi al gruppo. Scendono insieme nel refettorio: un ambiente ampio e spartano, scavato nel tufo.
E’ qui che consumano i pasti in comune; è qui che si celebra l’eukharistìa, in memoria dell’Ultima Cena.
«Kiriakos, Euphemios, Talasios, Elias…»




Theodoros si siede su un piccolo trono. Conta le vesti, esamina i volti: pallidi, neri, abbronzati, olivastri. Tutti i colori del Medio Oriente.
«Targastes, Euphronios…Pakomios! Corri in mezzo agli altri”.
Poi, rivoltosi a tutti «s’innalzino canti celesti!»
La cerimonia può avere inizio.
«Àgios o Theòs, kài patèr tòn olòn».
Pakomios dà inizio alla litania. Le ugole bianche degli altri coristi gli vengono dietro.
«Kyrie eleison - Christe eleison - Kyrie eleison».
Signore Pietà. Cristo, pietà. Signore, pietà. In alto le voci, scandiscono in coro l’invocazione.
«Àgios o Theòs, ou è boule teleitai apo tòn idiòn dunameòn».
Salterio miniato alla mano, l’egumeno detta i tempi, indicando quando cambiare tonalità.
«Kyrie eleison - Christe eleison - Kyrie eleison».
Preghiera rivolta al Creatore e a suo Figlio, esprime pietà e riconoscenza.
Il pathos aumenta. Occhi socchiusi, Theodoros sussurra.
«Perdona gli errori commessi, assolvi i peccati. La strada è tortuosa, per noi che scontiamo le pene di questo mondo attraverso l’ascesi e la continenza”.
Muro di voci ipnotiche, l’ufficio prosegue. Il padre bisbiglia a mezza voce.
“Il male: una scelta che nasce da noi, dal nostro libero arbitrio”.
Subentra un vuoto assordante: il silenzio della riflessione.
Eukharistìa.
«Il Signore prese il pane, lo spezzò e disse: prendete e mangiatene».
L’egumeno osserva i suoi figli sfilare in silenzio. «Questo è il mio corpo, offerto per voi. Fate questo in memoria di me».
Spezza forme di pane azzimo per distribuirle ai neofiti, ai cellerari, agli archimandriti: a tutti i ranghi dell’ovile di Dio. Versa sorsi di vino puro nelle coppe di terracotta.

Bevetene tutti, questo è il mio sangue.
Il sangue del patto, versato per molti,
in remissione dei vostri peccati.
Tutte le volte che ne berrete, fate questo in memoria di me.




Rendono grazie al Signore, in ricordo della Passione e della sua Morte. Concluso il Vespro, a fine giornata il pathos si scioglie. Gli adelphoi, divisi per gruppi, si scambiano massime, scherzi e facezie. Eppure stasera qualcosa non é destinato ad andare come al solito.
Sbigottimento, paura inattesa. I confratelli studiti non sono da soli...
Estranei nel refettorio. Nessuno finora li aveva notati: disposti in silenzio come ombre funeste, si appoggiano lungo le quattro pareti dell’aula. Criniere selvagge, barbe affilate. Visi pallidi come la morte.
Lupi nell’ovile di Dio. Barbari!
Elmi, usberghi, anelli di ferro. Lance appuntite, kontharia.
La vista delle armi nel chiostro suscita orrore, tracciando espressioni allarmate sui volti dei monaci.
Fruscio di tessuti, sul pavimento: fasciato di porpora e oro alla stregua di un mago persiano, un giovane dall’incarnato bronzeo procede in mezzo alla stanza. Una mitria preziosa, a cingergli il capo, rivela il suo alto rango sacerdotale.
Dall’alto della sua cattedra l’egumeno valuta il nuovo arrivato. È d’aspetto atletico e raffinato: a prima vista rispecchia l’immagine del tipico uomo di corte, elegante e frivolo.
Arcidiacono.



Un nuovo affiliato all’élite ecclesiale.
“Non trovo nulla di ascetico in  questo cicisbeo di palazzo,  arrampicatore sociale”.
«Beatissimo egumeno» esordisce l’intruso «non scomodarti”.
Accento straniero: voce soave, oscure intenzioni. I suoi occhi, mobili e gialli, appena sfumati di resina ambrata.
«Vedo che a Studion si mangia bene!» esclama, con insolenza. Con un balzo felino scavalca le panche, esibendo un’agilità inusitata per un sacerdote.
«Sìsighis, e voi altri» rivolgendosi ai soldati «non privatemi della vostra buona compagnia!»
Il tourmachos, caporeparto, indossa una maglia di ferro e una spada lunga legata alla cintola. Il suo ghigno mostra il biancore dei denti aguzzi, sotto una barba di fuoco. Un semplice gesto del suo pugno ferrato e i guerrieri conquistano la tavola con irruenza: i lineamenti del padre di Studion s’irrigidiscono come pietra.
Questi uomini non vengono in pace.
«Come osate?» Timore e biasimo nella sua voce. «Armi e infedeli in un luogo santo!»
L’arcidiacono balza giù dalla panca, sfoderando un sorriso velenoso.
«Santo, tu dici? Il tuo chiostro, tanto meno gli arredi con cui celebri i riti sono mai stati consacrati”.
Detto questo, si toglie la mitria dal capo, dando sfogo a un tripudio di riccioli neri.
Profilo da giovane auriga.
Eppure nel crine corvino s’insinua una spruzzatina di fili d’argento.
«Tu e i tuoi adelphoi» sorride con spregio «non avete mai pronunciato voti validi di fronte al Clero”.
Il brusio si diffonde tra gli studiti. Sempre più forte, diventa frastuono.
“La sua lingua punge come le ortiche di mare” osserva Theodoros.
Studiti, nient’altro che laici.
Comunità autonoma in lotta perenne col mondo corrotto. Campioni di Fede, hanno compiuto una scelta di campo: i fratelli non vivono più nel deserto, bensì tra la gente.
Nell’Urbe, in aperto conflitto con la Chiesa ufficiale: il patriarcato.
«Siamo laici, e ne andiamo fieri”. Il tono dell’egumeno è sprezzante. «Tu, invece, che hai l’ardire di irrompere a Studion con le armi in pugno, chi mai saresti?»
Il giovane mostra le dita della mano destra, cariche d’anelli d’oro.
«A Byzantion usate chiamarmi nella vostra lingua» l’arcidiacono risponde, senza scomporsi «ma il mio vero nome rimane un mistero per chi non conosce i più antichi idiomi”.
Sorriso beffardo, stampato sui denti bianchissimi: la sua arroganza alimenta nuovi brusii. Theodoros si liscia la barba a cassetta; ripensa alle voci che girano a corte…
Già, adesso ricorda. Heraklios di Mren, il giovane armeno ordinato arcidiacono. Poeta e filosofo, artista. Eclettico, esperto di storia e mitologia.
Pronipote del patriarca Domiksios, il ragazzo ha speso la sua adolescenza sui libri; messosi in luce tra i ranghi del clero, il brillante straniero ha dato inizio alla propria scalata alle gerarchie di palazzo, suscitando non poche invidie.
“Sete di gloria, lo infiamma come una torcia imbevuta nell’olio di pietra”.
«Sul tuo conto circolano storie inconsuete”. Il vecchio solleva la brocca del vino eucaristico. «Molti mettono in dubbio la tua sincerità in materia di Fede…»
Assiduo lettore di testi proibiti. Eretico, spia, ciarlatano.
«Altri diffidano perfino della tua integrità…sessuale”.
L’egumeno assaggia il vino. E’ dolce, come il sapore della rivalsa.





«L’invidia si nutre di maldicenze, beatissimo egumeno» Heraklios sorvola «dicerie per la plebe ignorante. Ciò che è necessario sapere di me è sotto la luce del sole”.
Lo studita tracanna un altro sorso, studiando il suo avversario. Giovane e vecchio si concentrano sulle prossime mosse a disposizione.
«Come sta il vecchio Domiksios? Non ho potuto fare a meno di notare che lo zietto ti ha ceduto il suo carro e perfino il vessillo episcopale!»
Come dire, sei un raccomandato senza talento.
Le malelingue insinuano, giorno e notte, come tagliole invisibili.
Lo scribacchino che, giunto alla soglia dei trenta, scribacchia libelli di poco conto: racconti privi di gusto per donne frivole e omosessuali.
E’ davvero questo che pensano a corte, nel tempio…tra i dignitari e il clero?
Il giovane perde la pazienza. Il suo sguardo spazia in cerca delle armi delle sentinelle: all’idea del sangue dei monaci sparso sul pavimento, le sue iridi luccicano come il topazio.
«Vecchio, vuoi forse sfidarmi?»
“Attieniti al tuo incarico” sussurra la voce della coscienza. “Desisti dalla violenza, o macchierai la tua reputazione”.
«Proprio Domiksios mi ha inviato qui, con la carica di mystikòs”.
Segretario, maestro di leggi e ministro del fisco imperiale. Theodoros attende in silenzio. Il rispetto delle gerarchie è ristabilito.
Heraklios si guarda attorno «Monaco, ti porto notizie private”.
«Con i miei figli non ho segreti» ribatte l’egumeno. Il disappunto  oscura il volto dell'arcidiacono; Theodoros non gli dà scelta.
«L’esercito si è ammutinato. Priskos dei Priskòi, lo stratego, ha letto alle truppe di stanza in Siria un decreto firmato dal basileus. Li ha messi di fronte al fatto compiuto”.
La crisi impone un drammatico taglio. La decurtazione dei salari.
«I soldati hanno abbattuto le insegne imperiali. Di fronte alla loro reazione Priskos è fuggito al galoppo dall’accampamento”.
Gli studiti restano col fiato sospeso.
«Proprio così!» sibila Heraklios. «Il vigliacco ha lasciato il campo senza comando, in balia dei persiani!»
La sua voce esprime un senso di urgenza. Guerrieri imbattibili spingono da est. I sassanidi avanzano, come un miraggio di morte.
Catafratti.
Cavalleria corazzata, ammantata di piastre di ferro. Scagliano frecce al galoppo come pochi altri al mondo.
Qualcuno sussurra «la fine del mondo è vicina”. Theodoros, invece, sorbisce il suo vino con freddo distacco.
«Ragazzo, delle vostre guerre ci importa poco”.
«V’importa poco, tu dici?» Heraklios sussulta. Il suo pensiero va alla terra natia, che un tempo fu il glorioso regno di Urarthru: ora è soltanto un coacervo di naxharar o feudi sparsi. L’Armenia, sua terra natia pregna di fede e misteri, aspramente contesa e smembrata in province greche e persiane, di fatto, non esiste più.
«I cristiani d’Armenia giacciono sotto il giogo del fuoco persiano e tu ostenti indifferenza?»
«Gli armeni? Bah!» insinua l’anziano «non siete poi meglio dei molli persiani. Avete adottato i loro usi e costumi…per non parlare poi della magia!»
«Vecchio, la tua memoria è labile. Quando voi gioivate del sangue dei martiri del Colosseo, noi eravamo già ferventi cristiani!»
«Giovane stolto, non voglio ascoltarti…per nostra fortuna abbiamo la Trinità dalla nostra parte» contesta l’egumeno. «Abbiamo le nostre preghiere”.
Suppliche al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.




«Avete le icone, al disopra di tutto» Heraklios storce la bocca «è così, beato egumeno?»
Theodoros guarda dritto in quei suoi occhi ammalianti. Fin dove intende spingersi?
«Colei che vi guida. Dov’è?»
Domanda secca, accresce l’urgenza. I confratelli si alzano in piedi, chiudendosi in cerchio attorno al loro padre spirituale.
Theodoros è allarmato. «Al sicuro, lontana da sguardi indiscreti. Per quale motivo vorresti saperlo?»
«L’imperatore chiede notizie sulla sacra immagine della sua Signora» rivela Heraklios. L’egumeno osserva i barbari: la vista delle armi e delle armature lo nausea.
“Sono laidi e brutali…ma non oseranno”.
Usare violenza nel chiostro provocherebbe reazioni violente da parte del popolo intero: di questo ne è certo.
«Confido nel vostro buonsenso…e nell’assennatezza del basileus» esclama Theodoros, sempre più inquieto. «Vogliate seguirmi».
Monaci e barbari accedono al chiostro. E’ buio, spartito in navate da tre file buie di colonnati. Sull’altare, nel fondo, qualcosa risplende.
Visione divina.
Avvolta di stelle in un manto blu notte.
Vestita di cielo, Hodighitria.
Colei che mostra la via è un’apparizione dolcissima. Bellezza pensosa, tiene nel grembo il Figliolo divino: il suo sguardo di madre oltrepassa i fratelli studiti, posandosi sui mercenari. Di fronte al metallo delle armi i suoi occhi si riempiono di malinconia.
Heraklios trattiene il respiro: la Vergine lo sta fissando. Un brivido gli sale lungo la schiena. L'egumeno si china, in gesto d’ossequio.
«Fratelli, preghiamo».

Tu che sei misericordiosa e hai operato la nostra salvezza
fosti come la bocca e la voce dell’icona.
Così, dopo aver concepito Dio, cantasti per noi l’inno:
d’ora in poi tutte le generazioni ti chiameranno beata.
Noi crediamo davvero che tu abbia detto questo, Sovrana
che sei con noi per mezzo dell’icona.




Ritratto su tavola, fra tutte le immagini è la “non dipinta”.
La non dipinta da mano umana.
In fin dei conti, soltanto un’immagine. Eppure tutti, perfino i guerrieri percepiscono la sua essenza incarnata, come se fosse lì insieme a loro.
“Soltanto un pennello divino può definire con tale finezza un’entità astratta e allo stesso tempo reale”.
L’ovale del volto santo è dolcemente delineato; lo sfondo risplende d’oro puro.
Maria e il suo ruolo chiave di intermediaria tra Dio e gli uomini.
Studion conserva l’icona sacra della patrona: l’unità della fede è sotto il suo oracolo.
«Hodighitria» sussurra Heraklios. I suoi occhi, lucidi, hanno preso il colore del miele scuro.
«Colei che mostra la via» replica Theodosios, alzandosi da terra.
L’immagine brilla di luce propria. Trasmette un senso di pace interiore, oltrepassando la percezione del mondo reale.
«La via…per la vittoria!» esclama l’arcidiacono.
Sguardi interrogativi. Tra i monaci serpeggia la preoccupazione.
«Beati i vostri occhi perché vedono, e le vostre orecchie ascoltano”.
La voce del mystikòs echeggia nel chiostro buio. «In verità io vi dico che molti giusti desiderano vedere ciò che voi avete ogni giorno sotto gli occhi”.
Una coppia di barbari si apre la strada nel chiostro; portano in spalla un sacco pesante.
«Frussssssssssssschhhh!»




Cascata di solidi aurei sul pavimento: conio imperiale, col impresso il volto stilizzato del divo Maurixios. I nomismata splendono, tintinnano sotto gli occhi degli studiti. Il fragore dell’oro s’insinua tra gli spiragli del loro subconscio: gioca con i riflessi di brame sopite.
«Figli miei, non osate toccarle! Sia maledetto il denaro di Giuda!» Theodoros scuote il suo bastone di legno.
«Taci, vecchio!» irrompe l’armeno. «Quante opere pie realizzeresti con quest’offerta? Pensaci bene!»
Offerta? Corruzione! «La sacra icona è intoccabile!» tuona Theodoros.
Con quale diritto la esigono, a che scopo? Il duo valore non di misura con il vile denaro!
«L’effigie mariana sostituirà la Vittoria-Nike sui nostri vessilli!» rivela Heraklios.
Maria, icona vivente. Condottiera, protettrice di tutto l’esercito.
Vertice di un nuovo pantheon cristiano.
Gli archimandriti non possono credere alle loro orecchie. Lo splendore di un’icona sacra può prostrare i ribelli; il prestigio di un’immagine autentica ha il potere di ristabilire il consenso sotto l’egida di una fede teocratica.
«La porteremo in viaggio: di fronte alle truppe di stanza in Siria”.
«Non potete» si oppone l’egumeno. «La Vergine è nostra….la sua luce alimenta le speranze del popolo!»
«Ah si?» l’arcidiacono sorride «e quando i persiani accerchieranno Byzantion, chi vi salverà dall’ira della gente?»
Theodoros scuote la testa, impaurito. Heraklios scoppia in una risata folle. «Le parole del Signore hanno detto in sogno al suo imperatore: In hoc signo vinces!»
Quando è il simbolo sacro a designare il trionfatore.
Schiocco di dita del giovane armeno. «Krodgang, Aistulf, Fuldrad, Theudulf!» Nomi crudeli da mercenari  Lo sgherro Sìsighis li chiama all'azione: hanno tutta l'intenzione  di rimuovere l’icona dall’altare.
«Nooo!» grida l’egumeno, con tutto il fiato che ha in corpo. «Figli miei, aiuto!»
I monaci insorgono; giovani e anziani creano un cordone, sbarrando la strada verso l'icona.
I guerrieri brandiscono le armi; una tragedia é prossima a consumarsi.
Lo scudo umano dei neofiti s'infrange  sulle punte delle lance. «Arghh!!»
Il primo a cadere è Pakomios. Il suo corpo leggero è trafitto dal ferro.
Beati coloro che si sono fatti martiri per la salvezza delle nostre anime.
Davanti agli occhi dei barbari il pavimento si tinge di rosso: sangue,  negli uomini-lupo provoca uno stato di frenesia estatica legata all'istinto di caccia.
Theodoros va incontro all’icona: la vuole salvare a tutti i costi. Qualcuno lo afferra per i piedi, sbattendolo con violenza contro il pavimento. É Sìsighis. Il barbaro lo tempesta di pugni allo stomaco e al volto: lo sguardo della Madre di Dio si posa sui suoi figli con  rinnovato dolore.
«Aiuto! Percuotono a morte il beato padre! Signore nostro, aiutaci!»
Grida di monaci, cariche di rabbiosa sofferenza. Theodoros si aggrappa all’altare con tutte le forze di cui dispone.
«Kyrie eleison - Christe eleison - Kyrie eleison”.
Signore Pietà. Cristo pietà. Signore, abbi pietà di noi…echeggia da ogni parte, moltiplicando le voci nelle volte buie del chiostro.
«Basta!»
La voce di Heraklios echeggia nel chiostro; non riesce a contare il numero dei corpi riversi al suolo. L’esaltazione nei suoi occhi gialli si è spenta. Non immaginava che si potesse arrivare a tanto.
«Basta così». La madre di Dio é infine  rimossa dalla sua alcova. I barbari la fissano in cima a una lancia, come fosse un'insegna di guerra.





“Doveva pur succedere” riflette l'arcidiacono. “Non si può disobbedire all'imperatore”.
«Giuriamo sull’icona!» tuona Heraklios. «Imploriamo la sua grazia e la vittoria! E’ il basileus che lo vuole!»
I barbari rispondono in coro «salva te stessa, e noi insieme a te!» invocando un intervento miracoloso. Reclamano guerra: una Guerra Santa.
I monaci si coprono il volto. Piangendo, scandiscono la litania.
Signore Pietà. Cristo pietà. Signore, abbi pietà…!”
…Theodoros di Studion si straccia le vesti sanguinanti. Ha perso lo scontro, non l’orgoglio.
«Heraklios di Mren!» con tutto il suo odio «ciò che si dice di te é vero! Preferisci il demonio al bene, la menzogna al parlar sincero. Tu hai portato la rovina, e presto Dio ti colpirà!»

“I profanatori che avranno oltraggiato le icone e il santo culto che gli viene attribuito - i nemici inorgogliti dalla loro empietà - verranno spezzati e gettati a terra da Dio!”

Parole che echeggiano come una maledizione; Heraklios risponde con un volgare scongiuro. Il drappello esce dal monastero, lasciandosi le imprecazioni degli studiti alle spalle.
“I monaci vanno orgogliosi della sacra icona: io gliel’ho tolta”.
Fuori dal tempio un drappello di guardie imperiali é in attesa.
«Narsêh!»
Un gigante di bronzo, guerriero possente; corazza incrostata di sale, cranio rasato  imperlato di sudore e sciabola alla mano, anche Narsêh è un esponente di spicco della comunità armena di Byzantion. La carica di protospatario, comandante della guardia imperiale, è il giusto premio per una vita trascorsa sulle navi da guerra al soldo del basileus.
«Heraklios, amico mio» i suoi denti sono bianchissimi. «Perché mai quel volto stanco?»
«Mi sono guadagnato nuovi nemici a causa di un ordine imposto da un sovrano straniero» sussurra il diacono. «Avakh paratzes antsavorin!»
Sono lontani i fasti del passato.
«Non dire così» gli assicura Narsêh «l'età dell'oro, per noi, prima o poi ritornerà.
Il protospatario sprigiona energia positiva; lui è il solo di cui il diacono può fidarsi.
Gli incensi s’innalzano al loro passaggio, finché non raggiungono il carro-lettiga di Narsêh.
«Considera pure, amico mio, che ora hai ben altro a cui pensare...”.
L’arcidiacono fissa il guerriero con sguardo interrogativo. Il protospatario si sfila una pergamena da sotto il mantello e gliela consegna; i suoi lineamenti severi tradiscono un'espressione lievemente compiaciuta.
Heraklios rompe il sigillo e apre la pergamena all’istante. La cartapecora è nuova, intonsa: lo stilo non pare averla scalfita.
«Che mistero è questo?»
«Shhtt!» il protospatario sussurra. «Non qui, in mezzo alla strada!»
L’arcidiacono si volta, guardandosi attorno con circospezione. Stretti attorno all’icona rubata, alle loro spalle loro procedono i barbari.
«Non scoraggiarti, sali sul carro» Narsêh sembra esistere apposta per rassicurarlo nei pochi momenti di smarrimento. «Ogni cosa a suo tempo. E posso giurarti, quando saprai che occasione ti si offre, allora me ne sarai per davvero grato…»



Tratto dal capitolo III di Canto Barbarico
Romanzo storico di Marco Corrias: chi fosse interessato può contattare l'autore.