lunedì 1 agosto 2016

"Cerchi delle Fate": megalitismo tra Alpi e Verbano

Area archeologica di Montecrestese - I menhir di Croppole (Vb)

L’intera area collinare e montuosa che avvolge il bacino del lago Maggiore ha da sempre rivelato la presenza costante, sebbene in un certo senso sfuggente,  di tracce preistoriche  e protostoriche, anche notevoli, attribuibili a popolazioni legate da una comune radice etnica e culturale.
Scavi archeologici più o meno importanti, cerchi di pietre, massi incisi e coppellati (ossia scavati con fori circolari, forse riempiti con offerte liquide a base di latte, sangue, idromele o acqua) consacrati agli antichi dei pagani della natura costituiscono testimonianze remote, probabilmente lasciateci da civiltà genericamente ed enigmaticamente definite "celto-liguri".

Mappa delle tribù protoceltiche e celtiche in Italia centro-settentrionale

Piemonte, Lombardia e Canton Ticino: in queste terre d'ambito perilacustre spiccano il fenomeno  archeologico caratteristico del megalitismo e della “saxorum veneratio”, o magico culto delle pietre (dal greco mèga-grande e litos-pietra)

Sàss da Preja Buia (Sesto Calende, Va)

Chi desiderasse approfondire la storia dei Celti e di chi li precedette, prima o poi incorrerebbe sempre nel mito: mito da non interpretarsi come fiaba fine a se stessa, ma da rileggersi attentamente, al fine di scoprire tracce di verità nascoste tra le righe dell’immaginazione.
La mitologia irlandese cita spesso i Tuatha de Danann, tribù semi divina venuta dal nord del mondo conosciuto. Essi furono i primi ignoti colonizzatori; popoli dei megaliti e dei cerchi di pietre che al tramonto del loro tempo avrebbero trovato rifugio nei “sidh”: tumuli segnati da cerchi di pietre su antichi colli, che la tradizione agreste ha tramandato col nome gaelico di “cromlech”, o più semplicemente di “poggi delle fate”.

Tumulo megalitico di Bryn Celli Ddu (Galles, 3000 - 1800 a.C)

Col passare dei millenni il significato dei tumuli e dei cerchi di pietra fu obliato. Secondo le leggende medievali questi siti (fairy circles), insieme a quelli delineati in autunno dai funghi costituivano i luoghi per eccellenza dove le fate (in ambito gaelico e anglosassone) e le streghe (mediterraneo e alpino) danzavano nella notte durante i loro riti magici: luoghi da cui tenersi lontani, a rischio di incorrere in una maledizione, o perfino di essere catturati e rimanere prigionieri degli spiriti per l'eternità.
Anche i guerrieri di questi popoli dimenticati, sepolti sotto le colline, assunsero tratti soprannaturali, tali da essere qualificati come abitatori dell’oltre-mondo. Guardiani di tesori inestimabili e depositari di una dimensione onirica, gli spiriti degli antenati erano gli abitatori di un regno incontaminato dai mali dell’umanità e abitato da fanciulle che offrivano coppe colme di bevande magiche e altre primizie, per convincere i più meritevoli tra vivi a restarvi e accogliere il dono dell’immortalità. Essi sono i protagonisti di quello che il folklore irlandese chiama “piccolo popolo” e che fu reso sinistro e demoniaco dai predicatori cristiani.

Monumento equestre a Vercingetorige (Clermont-Ferrand)

Anche secondo Plinio il Vecchio, autore romano ma di sangue celtico (nacque a Como nel 23 d.C), tutto ciò accadde prima che gli uomini usassero violenza sul popolo della fate, rendendole per sempre invisibili. Da allora gli abitatori del bosco vivrebbero ancora relegati nel regno dell’ombra, un paradiso sotterraneo dove solo allo sguardo dell’iniziato è concesso scorgere qualcosa oltre la realtà percettibile.
Alimentato dalla rarità dei siti scampati alle distruzioni e al tempo, il mito che avvolge le origini del megalitismo indubbiamente si presta a generare misteri. Questi antenati vissuti tra l'età della Pietra e quella del Bronzo influenzarono l’immaginario dei primi popoli storici d’Europa, iniziandoli ai culti solari dell'oracolo Delfi e Stonehenge, e a livello locale, a quelli di Golasecca, della Spina Verde e di Montecrestese.

Tomba di guerriero da Sesto Calende (Varese, Museo Archeologico, VI sec a.C)

Tra il IX e il VII secolo a.C, in area prealpina si sviluppa una civiltà proto-celtica di transizione denominata “cultura di Golasecca”, in virtù del nome della prima importante località in cui furono scoperte ricche necropoli proto-celtiche, collocate in prossimità di Sesto Calende (Varese). In questa terra un tempo ricoperta di torbiere e aree paludose, il ritrovamenti di antichi corredi dell’aristocrazia guerriera come armi, armature e carri da battaglia ha portato alla scoperta degli usi e costumi di un popolo di lingua celtica dai tratti Halstattiani (dal nome dell’importante sito austriaco) stanziato in una terra a metà strada tra il mondo nordico e quello mediterraneo, le cui abitudini erano influenzate dalle tribù transalpine, dagli etruschi, dai liguri e dai paleoveneti. Le sepolture di questi popoli “celto-liguri” erano delimitate da cerchi o allineamenti di pietra definiti “cromlech”; la loro scrittura, che si avvaleva di caratteri etrusco-settentrionali, fu denominata con il neologismo di “leponzio” o “alfabeto di Lugano."

Stele di Prestino (Como, museo archeologico, V sec a.C)

L’addensarsi dei ritrovamenti relativi sia agli abitati, sia alle necropoli, ha consentito di accertare, a partire dall’VIII secolo, la presenza di comprensori proto-urbani: grandi agglomerati di villaggi densamente abitati, a capo di un territorio, sorti in concomitanza con lo sviluppo di scambi commerciali a lungo raggio. Como, Golasecca e Castelletto Ticino, sedi fortificate di poteri aristocratici e attività artigianali specializzate, costituirono forti punti di riferimento per l’organizzazione di un ampio territorio da esse dipendente, in virtù del monopolio degli itinerari commerciali, in particolar modo fluviali e lacustri.

Carro della Ca' Morta (Como, museo archeologico, V sec a.C)

Spostiamoci a nord-ovest, al di là del lago Maggiore: in Ossola, terra di ritrovamenti megalitici. Fino a poco tempo fa gli studiosi, identificando nel muro di Arvenolo in valle Antigorio, impressionante per l’imponenza dei massi disposti uno sull’altro, il primo ritrovamento megalitico in val d’Ossola, mossero i primi passi verso nuove e sensazionali scoperte. Ricerche più recenti hanno dimostrato che l’intera vallata (Groppole di Mergozzo, Varchignoli, Croppola, Castelluccio di Montecrestese, alpe Veglia) fu coinvolta nel processo di colonizzazione agricola riconducibile all’attività megalitica. I terrazzamenti su cui si svilupparono le prime colture dell’area risalgono addirittura al III-II millennio a.C. Con l’estensione sistematica delle ricerche oggi è possibile indicare molti luoghi in cui le strutture costituiscono un’autentica tipologia da non sottovalutare.


Il mascherone di Dresio (Vogogna, Vb)

Queste popolazioni, stanziatesi in un’area abbastanza decentrata rispetto ai traffici commerciali del tempo, pur presentando una certa povertà dal punto di vista della cultura materiale perché defilate rispetto ai punti strategici più favorevoli ai commerci, si erano specializzate nell’uso della pietra, in val d'Ossola da sempre abbondante. Adattando la natura alle loro esigenze, senza bisogno di violarne la sacralità i “leponti”, come furono chiamati per distinguerli dai loro vicini, effettuarono notevoli riporti artificiali di terreno, terrazzarono interi crinali collinari favorevolmente illuminati dalla luce solare e li delimitarono per mezzo di muraglioni di pietre a secco.
Centri abitati? Non pare. Il mistero si infittisce nel constatare che Croppole e Castelluccio, i due siti oggetto del nostro studio, potessero non essere villaggi. Anche per via della frana provocata dall'alluvione del 2000, gli scavi archeologici non hanno  rivelato ritrovamenti particolari.
Forse che, in una società dominata dalla bipolarità tra mondo degli uomini e quello degli dei, dall'aldiquà e dall' aldilà, (ossia il "sidhe" o mondo degli spiriti sotto la collina di tradizione gaelica) e da numerosi tabù connessi, la collina e i suoi boschi potessero delineare una geografia simbolica, una dimensione “altra” rispetto a quella costituita dal villaggio?

Ricostruzione di villaggio, Archeopark di Boario Terme (Bs)

Possibile. I siti di Croppola e Castelluccio I dovettero essere i luoghi in cui solo i “gutuàter”, ossia i sacerdoti addetti alla custodia del santuario, avevano libero accesso. Qui la presenza del divino è  assicurata da strutture megalitiche e cerchi di pietre o pietre fitte. A Croppola un grande masso centrale indica l’altare del dio, di fronte al quale si dovettero celebrare riti propiziatori stagionali. Senza dubbio, il cerchio e il muraglione custodivano uno spazio sacralmente delimitato e accessibile soltanto allo “sciamano”. La piattaforma centrale è il cuore del santuario; non solo l’altare sacrificale, dove si compivano i sacrifici agli dei, bensì anche il centro della terra: il cosiddetto “axis mundi”  dove consumare i sacrifici e le offerte agli dei, in cerca del loro consenso.

Masso delle Croci, val Veddasca (Va)

L'unica datazione che i siti archeologici di Montecrestese ci consentono è legata alla funzione dei suoi megaliti e dai suoi menhir, non più legati al mondo dei cacciatori e raccoglitori di frutti spontanei, ma a quello più evoluto dell'agricoltura.
Il megalitismo, infatti si è diffuso con l'introduzione dell'agricoltura, legata a una "cerimonia dell'aratura rituale" che portava alla consacrazione di un’area: una richiesta agli dei che suggellava il permesso di disporre del loro terreno per vivervi e coltivarvi. Un atto preistorico con cui si stabilivano i confini della proprietà privata, ma anche di una futura città, chiamato “atto di fondazione”.
Questa pratica, riscontrabile in vicine aree megalitiche del Vallese e in Val d'Aosta, abbinata alla semina di denti umani, ricorda la cerimonia eseguita da Romolo, che propiziò la fondazione di Roma: un rito suggellato, con l'uccisione di Remo, da un sacrificio umano mirato a circoscrivere i confini sacri e inviolabili di un nuovo insediamento.

foto e testo: Marco Corrias


Bibliografia
AAVV - Alle origini di Varese e del suo territorio – L’erma di Bretschneider
AAVV - Archeologia in Lombardia
AA.VV - La civiltà di Golasecca: i più antichi Celti d’Italia – Dipartimento di Scienze dell’Antichità, Università degli Studi di Milano 2007
T. Bettamini, Storia di Montecrestese, Oscellana
M. A. Binaghi, I cromlech del Monsorino
R. Corbella, Celti: itinerari storici e turistici tra Lombardia, Piemonte, Svizzera, Macchione, Varese
R. Corbella, Magia e mistero nella terra dei Celti: Como, Varesotto, Ossola, Macchione, Varese
R. De Marinis, Liguri e Celto - Liguri in Italia. Omniun terrarum alumna, Garzanti - Scheiwiller
R. C. De Marinis, La civiltà di Golasecca: i più antichi Celti d'Italia
R. De Marinis, S. Biaggio Simona - I Leponti tra mito e realtà, 2000
A. Gaspani, Il grande cerchio di pietra degli antichi Comenses – Associazione culturale Terra Insubre
A. Gaspani, L’enigma delle strutture megalitiche della val d’Ossola – .N.A.F
B. Ragazzoni – L’uomo preistorico nella provincia di Como

L'oro di Childerico: origini e peripezie di un tesoro barbarico

 
Tesoro di Childerico (Parigi, Cabinet des Médailles - 2nda metà del V sec. d.C)

482 d.C.

I guerrieri ammutoliscono di fronte alla salma del loro sovrano, bardata per il suo ultimo viaggio. Childerico, primo re merovingio: capostipite di una potente dinastia barbarica.
Barba rossa, elmo calcato sulla fronte; tra muscoli e armi, la stazza é notevole. Nell'atto della sepoltura Clodoveo lo osserva: suo padre fu il solo guerriero che, combattendo e regnando per 25 anni ininterrotti, seppe coalizzare un insieme di tribù bellicose di ceppo germanico sotto il suo comando. La sua capitale fu stabilita a Tournacum, l'antica città belga di Tournai.
Il principe ereditario osserva la tomba: è colma di tesori inestimabili, senza precedenti in quanto a ricchezza e qualità. Fibbie da cintura, da stivale e un borsello da cavaliere contenente centinaia di monete d'oro e d'argento: il conio più recente porta impresso il ritratto dell'imperatore bizantino Zenone; vi é anche uno strano motivo a testa taurina, sempre d'oro, con un disco solare sulla fronte, una sfera di cristallo e un anello-sigillo.

Mappa del regno dei Franchi e parte assegnata dall'impero a re Childerico

Vicino al corpo del re giacciono un'ascia da lancio, una lancia e un bracciale in oro massiccio a forma di torque, emblema di virilità; una spada lunga a due lame e una scramasax, ossia un coltellaccio a lama singola. La presenza d'armi, nella tomba, é emblema di rango; il fasto degli ori e dei granati rossi in castone, bicromia riservata ai più grandi capitribù ispirati dagli usi e costumi delle steppe.
Perfino le armi sono rivestite d'oro e gemme.
Questo gusto decorativo ha lontane origini orientali; l'oro, invece, è stato ricevuto in dono dai romani e ri-fuso da ignote fornaci.
Al soldo dell'imperatore d'Oriente re Childerico ha sbaragliato i Visigoti, i Sassoni e gli Alamanni lungo la Loira, mettendo fine al rischio di un'invasione; insieme agli ori, il sovrano ha ricevuto in dono quelle stesse terre in cui ha seminato i corpi dei suoi consanguinei, col titolo insigne di "foederatus": alleato militare dell'impero romano, in cambio d'oro, cavalli e terreni.


Tesoro di Childerico (Parigi, Cabinet des Médailles - 2nda metà del V sec. d.C)

Il figlio Clodoveo presiede al sacrificio dei suoi cavalli, altrettanto riccamente bardati. Sangue equino bagna il terreno del sacrificio. I finimenti equestri e le briglie dei destrieri sono decorati secondo il medesimo gusto del tesoro regio.

Elementi decorativi visigoti di sella con terminazioni a forma di teste equine

Clodoveo si inginocchia ai piedi del tumulo.
“Padre, i tuoi guerrieri più fedeli ti aspettano. Posso già vederti galoppare ne Valhalla, tra i grandi eroi del passato"."
Clodoveo Non lo vedrà mai più; ha deciso di trasferire la capitale del regno a Parigi. Presto si cristianizzerà, eppure dichiarerà guerra feroce all’impero che suo padre difese. La collocazione della tomba paterna va dimenticata; gli spalatori sono sgozzati, affinché nessuno profani il tesoro regale.
Tesoro di Childerico (Parigi, Cabinet des Médailles - 2nda metà del V sec. d.C)

1655
Mille e cento anni dopo, nel corso di un lavoro di sterramento presso la chiesa di saint Brice a Tournai, la zappa di un operaio sordomuto solleva d'improvviso insieme alla terra una manciata di monete d'oro; la convocazione del capocantiere mette in moto una serie di accertamenti su un ritrovamento che ha dell'eccezionale. In particolare, il proverbiale indizio che permette di identificare nella tomba il sepolcro regio di Childerico é proprio l'anello: un ritratto firmato, d'età barbarica. Sulla cima del castone é stampigliato il busto stilizzato di un uomo dai lunghi capelli, con indosso un "paludamentum": un mantello drappeggiato, fissato a una spalla, tipico dei condottieri e degli imperatori romani e una lancia stretta nella mano destra. Attorno alla testa, l'iscrizione "CHILDERICI REGIS" (di re Childerico).

Fibule a cipolla e anelli-sigillo, doni dell'impero romano ai suoi "foederati) (Bucarest, Parigi. Regio Emilia, Torino)

Scavi più approfonditi portano al dissotterramento di  300 e più spille d'oro a forma d'ape con ali in granato rosso, forse foggiate a ornamento del manto cerimoniale di Childerico.
Al momento della scoperta, il Belgio é ancora parte delle Fiandre spagnole, governate dall'arciduca Leopoldo Guglielmo d'Austria; questi ha la brillante e previdente idea di commissionare al suo medico di corte la riproduzione a incisione di tutti i pezzi del tesoro: i disegni di Chifflet rappresentano la prima pubblicazione archeologico-scientifica della storia.

 I disegni seicenteschi del medico Chifflet

Da quel momento, il più importante tesoro barbarico della storia d'Europa inizia a passare di mano in mano: l'arciduca decide di portarlo  con sé a Vienna per lasciarlo in eredità a suo nipote,  l'imperatore asburgico Leopoldo I. Nel 1665 Leopoldo, a sua volta, lo dona in segno di gratitudine a Luigi XIV di Francia per il suo aiuto militare in Ungheria contro l'impero ottomano. Il Re Sole, per nulla interessato ai gioielli di Childerico, li fa depositare al Cabinet des Médailles del Louvre e si scorda della loro esistenza.
modello delle fibbie a cicala della tomba di re Childerico, nuovo simbolo regale sul mantello di Napoleone imperatore

18 maggio 1804
Ormai console a vita, Napoleone è proclamato sovrano assoluto di Francia nella cattedrale di Notre-Dame di Parigi. La cerimonia d’incoronazione è annunciata dalla benedizione delle insegne imperiali da parte di papa Pio VII. Il manto da parata del sovrano assoluto è intessuto di trecento e più insetti alati a immagine e somiglianza del corredo di Childerico.
Le api dorate, antica consuetudine  del corredo unno assimilato dai clan germanici, a distanza di  1322 anni è divenuto l'emblema di una nuova dinastia francese: ovviando all'odiato ricordo dei e dei fiori di giglio dei Borboni, da poco ghigliottinati, Napoleone ha furbescamente riesumato l'iconografia attribuibile al più antico monarca nazionale: per quanto a fini politici e dinastici, il  primo a interessarsi al tesoro è proprio il geniale stratega corso.

Scorcio parigino sulla Senna

5 novembre 1831.
E’ una gelida e nebbiosa notte parigina quando i ladri irrompono nel Cabinet des Médailles, trasferito nel frattempo della Biblioteca Nazionale di Francia, per sottrarvi più di 2000 oggetti d'oro, incluso il tesoro di Childerico, per un totale di 80 kg. Il fatto desta grandissimo scalpore, tanto che la polizia indaga per 8 mesi prima di identificare i colpevoli e quel che è rimasto del tesoro, grazie all'aiuto del leggendario Eugène-François Vidocq, capo della Sûreté: il primo detective in borghese della storia, che ha già risolto numerosi altri casi, riscuoterà anche un certo successo letterario come ispiratore di Victor Hugo per l’invenzione dell'ispettore Javert di “Les Miserables”  ed Edgar Allen Poe per il personaggio di Auguste Dupin in “The Murders in the Rue Morgue”, prima storia di detective.
Visione notturna di città ottocentesca (York, Castle museum - Kirkgate)

Finalmente, otto mesi dopo il furto la polizia acciuffa la banda e ritrova 20 lingotti d'oro nel loro nascondiglio. Sotto interrogatorio, i ladri ammettono di aver fuso in quei lingotti gli oggetti d'oro puro, mentre quelli intarsiati di gemme, più difficoltosi da fondere, sono stati gettati in sacchi di pelle nelle acque della Senna, in attesa di decisioni.
Tra i boulevard e le brumose banlieu parigine inizia una caccia all'antico tesoro. 
Dopo aver setacciato la Senna, infine la polizia ritrova 8 sacche contenenti circa 1500 pezzi dei 2000 rubati. Nel 1833 i tre ladri sono processati:  il primo è condannato a 40 anni di prigione, il secondo a 20, il terzo a 10. Una pena esemplare, di quelle che nel caso della tutela dei Beni Culturali sarebbe forse auspicabile riesumare.
Ciononostante, il tesoro di Childerico risulta quasi interamente devastato...perlomeno, tra tanti donativi perduti, i pezzi più tipicamente "barbarici" sono sopravvissuti. la domanda sorge spontanea: in questo caso, come in tanti altri, chi furono i veri barbari?
2015
Gli studi dell’archeologo Dieter Quast portano a nuovi sviluppi circa il mistero della tomba di re Childerico, o di ciò che ne è rimasto. Ricordiamo che il sovrano indossava una "fibula", ossia una fibbia da spalla a forma di cipolla, che insieme all’anello-sigillo provvisto di ritratto con “paludamentum” e all’iscrizione “Childerici regis”  dimostra che il re dei Franchi e fondatore della dinastia merovingia aveva ottenuto le tipiche insegne dell’autorità che l’impero d’Oriente era solito produrre e donare ai suoi federati barbarici, in cambio del sostegno militare. La fibbia da cintura "reniforme" (a forma di rene) di Tournai, magistralmente realizzata con ripartizione in cellette triangolari dalle pareti ondulate e bordi perlinati a "cabochon" (pietre sporgenti dal loro castone), appartiene a un piccolo gruppo che trova il suo miglior confronto nei tesori funerari provenienti dalle tre tombe rumene di Apahida. Circa la guardia della spada, il puntale del fodero e il fodero di sax, in tutti i pezzi ricorre il motivo decorativo a granati tagliati a “S” e a scacchiera, accomodati su foglia d’oro su resti di gesso. La realizzazione dei pezzi mostra una tecnica il montaggio talmente complessa da avere precedenti noti soltanto ad Apahida: la guaina d’oro e la rivettatura di raccordo, due piastre d’oro identiche e traforate a quadretti, appositamente perforate da fori circolari colmati con depositi di gesso sono state sovrapposte e saldate tra loro ad assicurare elementi in granato, vetro, cristallo di rocca e ambra.


Il complicato processo di montaggio del fodero della "sax" di Childrico

Con un immagine mostriamo la struttura in scala del fodero, complessivamente composto da circa 440 gemme emisferiche sui bordi e 720 piastrine di granati. La guaina perduta, originariamente in legno o pelle, era rivestita da 51 guarnizioni in oro e granati. 

Il prodotto finale, contraddistinto da un’abilità artigianale unica, fu realizzato da un laboratorio comportante la compresenza di intagliatori e orafi che dovettero lavorare a stretto contatto tra loro: proprio come ad Apahida, anche qui sopravvivono elementi ereditati dai popoli delle steppe, come le guarnizioni e le briglie e un paio di ornamenti a testa di cavallo. La fitta trama a ragnatela di granati rossi e vetri geometrici dai motivi ondulati, ad S e a quadrifogli incasellati entro cellette d’oro, riveste tutti gli oggetti; la frequenza delle teste d’aquila sul puntale di spada e sull’impugnatura, di api e fibbie a racchetta,  a scarpa e reniformi risolve un motivo che si è sviluppato per oltre un secolo, fra Tardoantico e alto Medioevo nella terra degli Unni.

Al fine di creare tali manufatti compositi, costituiti da più lamine d'oro e gioielli incastonati, fu utilizzato un collante di gesso a base di "sepiolite" (fillosilicato idrato di magnesio) proveniente dal mar Nero): forse che il tesoro del re non fosse stato prodotto da barbari, ma da un'officina di provenienza “pontico-danubiana” e comunque d'ambito culturale bizantino, forse su ordinazione e in base ai gusti tradizionali dell’alta aristocrazia germanico-orientale? Io penso che sia così.  Nuove indagini diagnostiche condotte al momento dagli archeologi Marco Aimone, Patrick Perin e Thomas Caligaro sul tesoro di Chlderico a Tournai daranno esiti decisivi al fine di gettar luce sulla reale provenienza delle officine che produssero, con tali esiti eccelsi, un tesoro barbarico che si avvicina molto all'immaginario prototipo, sognato nelle leggende e nelle saghe medievali d'ambito germanico: il tesoro dei Nibelunghi.

Marco Corrias (alias Marc Pevèn)
Foto: 1,3,4,5,8, 11: Materiale di studio, laboratori RGZM / 2: wikipedia / 6-9-11: Marco Corrias
Bibliografia
Heather - Fall of the Roman Empire
M.Kazanski, F. Vallet, Patrick Périn, L’Or des princes barbares. Du Caucase à la Gaule, Ve siècle après J.-C., 2001.
M. Kazanski, L’epoque hunnique au nord de la mer Noire, in le Nord de la mer Noir eau Bas-Empire et à l’époque des grandes Migrations, 2006.
D. Quast (a cura di), Weibliche Eliten in der Frűgeschicht, Female elites in protostoric Europe, in Internationale Tagung vom 13. Bis zum 14. Juni 200 im RGZM im Rahmen des Forschungsschwerpunktes Eliten, 2011.
D. Quast, Das Grab des Frankenkönigs Childerich, 2015

Il "Quadro delle Tre Mani": testamento di pittori maledetti


Morazzone, Sestri Ponente (Ge) - S. Carlo, Madonna e Angeli (dettaglio)

Alla fine del Cinquecento, il celebre Concilio di Trento dettò nuove e rigide regole anche in materia di pittura:  i  contrasti religiosi sorti a seguito della Riforma protestante avviata nel 1517 da Martin Lutero avevano portato da lungo tempo a un clima di guerra fredda che aveva coinvolto perfino le arti figurative...
Oggetto principale degli strali dei pensatori cattolici è Michelangelo, di cui si riconosce il genio, ma del quale si deplorano le invenzioni. Egli è ritenuto, anzi, il pittore che più di ogni altro
si allontana dai canoni evangelici, per inseguire una visione personale degli eventi religiosi e ciò, a loro dire, va respinto senza mezzi termini.

Francesco Salviati - La Carità, esempio di pittura manierista (Firenze, Uffizi)

É la condanna estrema e definitiva dei nudi di Michelangelo per la Cappella Sistina, dei colli lunghi del Parmigianino e di tutte quelle anomale Madonne sinuose, attorniate da finti Gesù bambini impegnati più a tendere piccoli archi e a giocare con grappoli d'uva che a benedire i mortali. Dopo anni di bizzosi capricci  pittorici, il popolo attraverso le immagini doveva tornare a comprendere i misteri della Fede cattolica che i protestanti, nuovi iconoclasti, avevano messo con tale impeto alla berlina!
«Qual sarà quello ostinato(eccetto non sia luterano) che, vedendo l’imagine del nostro Signore crocifisso piagato e sanguinolento, non abbia qualche rimorso ne la consienza e non gli venga
voglia di onorarla e di farli riverenza?» (G. A. Giglio, Degli errori e degli abusi de’ pittori)

Cerano, tele controriformate. Estasi di S. Gaetano da Thiene, Resurrezione di Cristo, S. Carlo e Francesco adorano la Madonna di S. Maria dei Miracoli (Milano S. Antonio abate - Torino, Pinacoteca Sabauda)

Dunque si esigeva una pittura che ispirasse commozione, che legasse intimamente lo spirito del fedele al mistero che gli veniva posto dinanzi, che riuscisse ad “imprimere nel popolo il vero culto di Dio e la grandezza delle cose eterne, e convertire come ministro celeste i cuori delle nazioni intiere, e cangiarli in altra forma, e seco rapirli in cielo”.
Furono l'onnipresente Carlo Borromeo, celebre santo nato ad Arona,  e il  bolognese cardinal Paleotti i primi a comprendere come anche le immagini dovessero uniformarsi a una credibile regolamentazione programmatica di purificazione morale: bandite le bizzarrie del tardo Rinascimento e con esse la rappresentazione del nudo, si decise di puntare su una maggior aderenza ai Sacri Testi e, soprattutto, sulla chiarezza narrativa: il passato clima di gioiosa eleganza e di sensuale bellezza andava sostituito con un nuovo clima di rigore morale...
Molti critici d'arte parvero riconoscere in questa fase il crepuscolo e la negazione del genio. In verità non fu così, o meglio, non sempre. Spesso, più che le indicazioni imposte da terzi, inesperti in materia artistica, fu sempre il clima stesso del luogo a influenzare gli artisti.
Quasi per reazione alle forme di controllo e coercizione imposte dalla Chiesa Controriformata, gli artisti cercano un’originalità trasgressiva, capricciosa, strana e alternativa, tale da essere tollerata e talvolta, anzi, incoraggiata dai committenti stessi…

Cerano, Gionata rompe il digiuno (S. Raffaele)

Ecco perché, quasi tutti i pittori iniziarono a condurre una doppia esistenza: se per i committenti ecclesiastici essi di presentavano in veste di castigati madonnari, per l'aristocrazia più raffinata erano gli eleganti ideatori di tutte quelle sfrenate coreografie palaziali che poi avrebbero portato al Barocco.
Agli inizi del Seicento, secolo di contraddizioni, quasi in antitesi si affrontano due scuole pittoriche principali: quella caravaggesca, portata un po' ovunque in tutta Italia dal genio bergamasco del Merisi  e quella emiliana, già foriera di quel revival classicheggiante e neo-pagano che nutrirà il barocco romano maturo.

Mappa seicentesca della "Lombardia" comprendente terre più vaste

A Milano e in Lombardia, in Piemonte e in Svizzera, invece, che aria tirava?
‘Lombardia’ era un termine geografico che rispecchiava piuttosto l’assetto dell’antico Stato spagnolo di Milano, comprendente i territori dell’attuale Piemonte orientale, dalla provincia di Novara alle sponde occidentali del Lago Maggiore, alla Riviera d’Orta, alla Valsesia: terre dell'arcidiocesi ambrosiana, roccaforte della Controriforma e baluardo contro l'infiltrazione protestante, ancorate al mito di san Carlo Borromeo, dove si sparsero  i germi di uno stile unico.

Morazzone, Lotta di Giacobbe con l’Angelo, 1610, Milano, Museo Diocesiano

Uno stile talmente anticonformista di fare pittura che avrebbe conosciuto molti seguaci in un ampio spazio che coinvolse perfino Torino e Genova; nella prima, in cerca di affermazione in campo internazionale e auto rappresentazione, i Savoia erano in cerca di artisti che celebrassero la dinastia; nella seconda, marittima, laica e opulenta, l'attrazione tra opposti e l'assenza di forti ideali morali portò a sperimentare  un incontro con il misticismo lombardo, inedito e ricco di spunti.
Federico Borromeo, cugino di Carlo, nuovo arcivescovo di Milano nonché raffinato collezionista e fondatore dell'accademia ambrosiana, non aveva tardato a riconoscere in una triade di pittori "locali", il valsesiano Giovan Battista Crespi detto Cerano, il varesotto Francesco Mazzucchelli detto Morazzone e il bolognese naturalizzato ambrosiano Giulio Cesare Procaccini, caratteristiche di vera innovazione: i tre moschettieri del Seicento Lombardo.

Procaccini - Genova - Madonna fra i Santi Carlo e Francesco d'Assisi

Coetanei, i tre artisti erano già stati impegnati da tempo da committenze d'alto livello di natura prevalentemente religiosa: il Cerano, monumentale, visionario e nordicheggiante, maturando in vent'anni una maniera pittorica cupa e violenta, nel 1621 si ritrovò a capo  dell'Accademia Ambrosiana fondata dal cardinale Federico Borromeo. Cerano dá vita ad una scuola ben individuabile, in grado di differenziarsi dalle altre coeve esperienze italiane, in virtù dei suoi accenti singolarmente cupi, nutriti da esasperazioni formali ancora tardo manieriste, idonee a tradurre in immagine i toni drammatici e visionari della religiosità del tempo: i suoi quadroni dei miracoli di San Carlo, coinvolgenti e talvolta raccapriccianti, inscenano  drammi corali dalla parlata solenne e insieme umana, drammaticamente atipica, che ne sanciscono il successo.
In contemporanea, il crudo iperrealismo del valsesiano viene temperato dal pennello più vaporoso, morbido e luminoso, culturalmente aggiornatissimo, del Procaccini: quest'ultimo, tra il 1610 e il 1625, sforna una serie di pale d'altare esteticamente impeccabili e smaltate dove madonne,  angeli e santi intessono dialoghi fatti di sguardi tanto colmi d'amore quanto sensualmente equivoci…
Nella invocazione dei santi, inoltre, nella venerazione delle reliquie e nell’uso sacro delle immagini sia bandita ogni superstizione, sia eliminata ogni turpe ricerca di denaro e sia evitata ogni licenza, in modo da non dipingere o adornare le immagini con procace bellezza (Decisioni dei Concilii Ecumenici.)
La violenza del Cerano, la sua profonda e tormentata analisi del peccato espiatorio oltrepassa di gran lunga le richieste di pietà e chiarezza del cardinale; dal canto suo Procaccini, rispolverando le dolcezze manieristiche bandite dal concilio di Trento, ambiguamente edulcorate, procedendo su binari paralleli bilancia e tempera le manie mortifere del collega.

Collegiata di Varese - Cerano - Messa di San Gregorio (dettaglio infernale)

Il terzo grande attore, il Morazzone,  fantasioso e teatrale, dá vita a fondali mozzafiato presso i maggiori cantieri dei Sacri Monti lombardo/piemontesi di Varallo, Orta e Varese, lasciandovi tracce importanti del suo cammino evolutivo. 
Sotto l'occhio vigile del cardinale si verifica così una frequente compresenza dei tre artisti: così diversi ma riconoscibili nella loro forte individualità, quanto profondamente accomunati da una sintonia tale da porli in reciproco scambio. É proprio questo anomalo, magico sodalizio ad aprire nuovi e originali scenari, per la pittura lombardo-piemontese  nel campo dei soggetti devozionali più drammaticamente coinvolgenti. 

Sacro Monte d Varallo. Morazzone - Salita al Calvario

Emblematico, a tal proposito, é il Martirio delle sante Seconda e Rufina, meglio conosciuto come "Il Quadro delle Tre Mani" (1625): oggi conservato Brera, al tempo, nonostante le sue ampie dimensioni. (2 mt x 2) era riservato al colto collezionismo privato. Frutto di una sorta di competizione artistica promossa da Scipione Toso, importante  mecenate  della Milano del primo '600, il quadro costituisce un'iniziativa bizzarra e unica, dagli esiti forse non del tutto omogenei ma significativi: i tre più importanti pittori del Seicento lombardo, richiamati in lizza a sfidarsi all'interno della stessa tela, non di sa con quanta consapevolezza composero un manifesto della pittura borromaica del Seicento, in tutte le sue sfumature.

Cerano, Morazzone, Procaccini. Pala delle Tre Mani

Osserviamo le 3 maniere a confronto.
Nell'atmosfera tenebrosa dell'opera, squarciata da improvvisi bagliori di luce, sono raffigurate Rufina e Seconda, due sante romane che subirono il martirio ai tempi dell'imperatore Gallieno (260 d.C.), per non aver voluto infrangere il voto di castità. Il responsabile della loro morte violenta é il cupo cavaliere dalla corta veste romana che irrompe  a sinistra della tela con vigore nefasto: si tratta del prefetto Archesilao, che le ha fatte condurre al X miglio della via Cornelia per portare a termine la pena capitale. Santa Seconda é appena stramazzata al suolo, riversa, con il collo mozzato e sanguinante; la sua testa é rotolata poco più in lá. un angioletto corrucciato e cianotico, osserva il misfatto appena consumatosi, avvolgendo in un tenero abbraccio un cane da caccia: in realtà lo trattenere dalla brama di sfamarsi di carni umane.

Cerano - Incoronazione di Spine (Quadreria dell'Isola Bella)

Questa parte, la più macabra e patetica del dipinto, fu realizzata dal Cerano, gran drammaturgo fra gli artisti di scuola lombarda. Il suo tocco rapido e bizzarro, capace di materializzare figure monumentali e incombenti, porta ad esiti estremi la ricca pennellata del Rubens: qui, non più intinta di cromie cariche ma di terre scure e neri di seppia che giocano sui riflessi delle armature dei carnefici dalle loriche spagnoleggianti.
Sulla destra del quadro, l'immagine di santa Rufina stride con Seconda:   consolata da un angioletto roseo, tornito e sicuro di sé, essa prega in ginocchio in attesa che i carnefici la bastonino a morte. L'origine bolognese di Giulio Cesare Procaccini si riflette nella flessuosa eleganza e nell'incarnato delicato della santa che attende il martirio, confortata dal putto: il ricordo di Correggio, passato attraverso la scuola dei Carracci, ritorna nell'espressione serena, quasi sorridente della giovane, dalle incantevoli mani affusolate. La stesura pittorica dura e metallica delle vesti e la posa artificiosa sono caratteristiche della sua fase matura.
«E poi sete; sete a perdita d’occhi; e tremori, ambiguità, strusciamenti di carni a non finire. […] bagliori, fili di luce; come se a quei tempi, i milanesi, vivessero, pregassero, s’ammalassero e spirassero nell’oro; anche quando, cosa più che comune, peste li coglieva» (Testori 1973).

 G. C. Procaccini. Sposalizio di S. Caterina (Pinacoteca di Brera)


L'invenzione compositiva generale apparterrebbe al Morazzone: al centro del quadro, in tutto il suo violento dinamismo irrompe sulla scena un moro munito di sciabola baluginante, con un turbante sul capo. Nel frattempo, un paggio in armatura osserva nell'ombra e un elegantissimo angioletto si libra in volo reggendo la palma del martirio.
Il carnefice, perno centrale e drammatico di un'azione complessa dove convergono le linee diagonali lungo le quali sono disposte tutte le altre figure, richiamando la struttura compositiva del martirio di San Matteo dipinto del Caravaggio per San Luigi dei francesi,  orienta il Morazzone verso la nuova e più libera sperimentazione di un linguaggio barocco in via di sviluppo.

«Tu, Morazzon, che con colori vivi
moribondo il fingesti in vive carte
e la sua dea rappresentasti e i rivi
del’acque amare da’ begli occhi sparte,
spira agl’inchiostri miei di vita privi
l’aura vital de la tua nobil’arte
ed a ritrarlo, ancor morto ma bello,
insegni ala mia penna il tuo pennello.»
G.B. Marino, Il Tempio. Panegirico (1615)

I corpi delle sante, abbandonati alle bestie, furono raccolti da una matrona romana, Plautilla, e sul luogo del martirio venne poi eretta una basilica in memoria.
Il letterato locale Giovanni Pasta celebra il quadro allorché si trovava già nella collezione del cardinale Cesare Monti, arcivescovo di Milano dal 1635 al 1650. E’ lui che per la prima volta lo definisce il quadro delle tre mani. Nel suo testo elogia
“I divini Morazzone, Cerano, Procaccini … tre pennelli, anzi tre grazie pennelleggianti”
Morte, tragedia ed “exemplum” da imitare: Mentre Cerano e Morazzone si compiacquero d’ostentare un campionario di passioni laceranti consumate sotto cieli plumbei, il Procaccini continuò lungo la sua strada: il celebre “Sposalizio mistico di Santa Caterina” rappresenta un'intenerita esplorazione degli affetti di Correggio  e di Parmigianino, coniugata con la pittura lucente e a ricchi impasti di Rubens; quel che ne scaturisce un’immagine radiosa ed elegante, che testimonia lo scarto vistoso del pittore di origine bolognese rispetto ai suoi contemporanei compagni di avventura, dai quali lo differenzia anche la ricerca di tipologie aggraziate, di una bellezza insieme idealizzata e sensuale, suggellata dal rincorrersi dei riccioli d’oro e delle espressioni sorridenti.

Cerano, Martirio di S. Caterina (Milano, S. Maria dei Miracoli)


Comunque sia, al di là delle profonde differenze, i tre spopolarono al punto da raggiungere il successo internazionale: il cavalier Marino, maggior poeta barocco del tempi, si dannava nel vano tentativo di acquistare le loro «tele» che definiva «non degne di gente comune, ma di re e imperatori!»
Il successo dei tre moschettieri del Seicento lombardo era stato proprio suggellato, nel 1623, dalla pubblicazione a Parigi  ella più ambiziosa raccolta poetica del cavaliere napoletano: “l’Adone”, opera di tali ambizioni e di risonanza da consacrare ai posteri, tra gli altri artisti, anche i tre  moschettieri della cultura figurativa del  primo Seicento lombardo:
«voi, per cui Milan pareggia Urbino, / Morazzone e Serrano e Procaccino».

Ritratto di Giovanni Battista Marino, (Frans Pourbus il Giovane, 1621)

Pochi anni dopo la morte quasi contemporanea del Procaccini e del Morazzone (1625-1626), che aveva da poco concluso a Novara il suo testamento pittorico con la "Cappella della Buona Morte" in san Gaudenzio, la grande tragedia della peste del 1630 segnò davvero la conclusione di un ciclo, nonché la svolta verso un inesorabile decadenza di quella Milano spagnola che fino ad allora era stata uno dei più brillanti centri culturali d'Europa. Alla peste seguono quasi immediatamente la morte del cardinal Federico  (1631) e del Cerano (1632).
 Daniele Crespi, quarto moschettiere, fulgore e meteora, morì giovanissimo falciato dalla peste: del nostro d'Artagnan pittore abbiamo già trattato approfonditamente. Non a caso, i grandi pittori del Seicento lombardo sarebbero stati battezzati col soprannome di "pestanti": i tre, anzi quattro moschettieri,  cavalieri della peste bubbonica, incarnarono  l’estremo sussulto di questa vibrante stagione figurativa: quasi un  sotterraneo riverbero, un doloroso travaso, delle tragiche esperienze dei contagi. Dopo secoli d'oblio e pregiudizio verso il barocco nutriti dai critici d’arte e gli studiosi illuministi, il Seicento lombardo sarebbe stato riscoperto dal tedesco Pevsner e dal celebre critico d'arte monferrino Roberto Longhi, che non a caso si sentiva sia piemontese sia lombardo e che così, dei pittori scrisse:

Cerano - san Giacomo sconfigge i mori

“Capricci spirituali a punta di penna e di pennello.
Schermidori di sagrestia. Languidezze e livori.
Fiori, muscoli, pestilenze. Fossette di grazia e ferite di crudeltà.
Delicate acerbezze”
(Longhi 1926).

Parole di un’esattezza e di una sensibilità tali, che ancora oggi ci lasciano incantati.

Marco Corrias, alias Marc Pevèn

Bibliografia: 


- M. Gregori, Pittura a Milano dal seicento al Neoclassicismo, 1999
- P. Biscottini, Carlo e Federico. La luce dei Borromeo nella Milano spagnola, 2005
- M. Rosci, Il Cerano, protagonista del Seicento Lombardo, 2005
- P. Plebani, Il Seicento lombardo tra letteratura artistica e collezionismo, 2013
- S. Coppa, P. Strada, Seicento Lombardo a Brera, Capolavori e riscoperte, 2014

Kaisergruft, anime tetre. I segreti degli Asburgo d'Austria




Kaisergruft - Tomba di Carlo VI (Von Hildebrandt, 1720)


30 Novembre 1780.
Un’alba gelida e lattiginosa avviluppa Vienna.
I tetti della capitale del vasto impero mitteleuropeo sono carichi di neve fresca, caduta nottetempo. Tra le vie della Città dei Sogni, all’unisono col ritmo marziale dei tamburi rintocca il suono stentoreo delle campane a morto.

Al passaggio del primo reparto di cavalleria, i cancelli dorati dell’Hofburg si spalancano al punto da dilatare lo spazio esterno. Le cupole di ottone del palazzo imperiale quest’oggi non riflettono bagliori dorati; i finestroni barocchi paiono gli occhi di mille principesse in lutto: i timpani, fastigiati come ciglia appena sfiorate dal pianto dirotto del nevischio invernale.

Palazzo reale dell'Hofburg

Raggi di ruota mulinano, in moto centrifugo stabile. L’ampia esedra di Michaelerplatz accoglie un cocchio funebre trainato da otto destrieri, avvolti in drappi listati a lutto. A seguire, un lungo corteo di carrozze ostenta i blasoni dei più alti ranghi dell’aristocrazia asburgica.
Maria Theresa, famosa regina, si appresta a varcare la soglia della sua ultima dimora terrena.
La processione si snoda lungo le vie; zoccoli e ruote schiacciano la neve candida, tramutandola in poltiglia marcescente. Le insegne della casa d'Asburgo, aquila nera bicipite in campo d’oro, aprono la via ai membri della famiglia imperiale. Alle loro spalle procedono le portantine del clero e della corte ducale; i musicisti chiudono il corteo. Le voci echeggiano tra le case a graticcio e i tetti spioventi del centro storico.
Meta finale, Santa Maria degli Angeli: affacciata sul lato ovest del Neumarkt, piazza del Mercato Nuovo eletta, in età barocca, a luogo di esequie e sepoltura dei membri della dinastia. Il cocchio è scortato da paggi in livrea corvina, con fiaccole ardenti;  Su tutti, in sella a un lipizzano macchiato, si staglia Joseph II. Il biondo primogenito di Maria Theresa d'Asburgo e di Franz Stefan di Lorena è scortato dalla guardia del corpo ungherese, armi rovesciate in segno di lutto; il suo sguardo gelido cela una sfumatura di sprezzo. Già imperatore dall’età di venticinque anni al motto di “Virtute et exemplo”, Joseph fino a oggi non ha mai potuto davvero governare in piena autonomia.
Troppo ingombrante l’ombra materna. Quasi, se la sente ancora addosso…

Vienna - Franziskanerplatz

Le campane di Santa Maria degli Angeli fanno eco a quelle delle altre chiese cittadine; i rintocchi funebri sottolineano la partecipazione del clero e del popolo all’ultimo atto. La gente, commossa, si accalca  a ridosso delle case a graticcio; le donne anziane ricordano.
«Com’era bella da giovane, Maria Theresa…un bocciolo in fiore, dai capelli d’oro filato e gli occhi grandi color del cielo…com’era cara…»
L’udito di Joseph carpisce brandelli di frase. Il ritratto mentale della madre, in lui, è differente: la ricorda severa, austera e appesantita dalle numerose gravidanze: ben 16 figli, tra maschi e femmine, le valsero il soprannome di "suocera d'Europa".
Le voci sussurrano dicerie sugli ultimi giorni della sovrana: «la sua morte, preceduta da agonia breve di una settimana...»
“Quattro giorni soltanto” rimugina il kaiser. Non può soffrire le chiacchiere  della folla: d'altra parte, "tutto per il popolo, ma niente attraverso il popolo" é uno dei suoi più noti aforismi.
«Da quando ha iniziato a soffrire di un malessere ignoto…brividi incontrollabili l’hanno scossa…»
“Malessere ignoto?” Joseph storce la bocca. Il male che ha trascinato sua madre nella tomba, lui lo conosce assai bene, ma non può rivelarlo: getterebbe il popolo nello sgomento.


Maria Teresa d'Austria (G. Mattei, 1739?); Giuseppe II (Joseph Hickel, 1771?)

Vaiolo.
Maria Theresa godette per anni di eccellente salute, tanto da aprire le finestre al gelo anche in pieno inverno finché…nel maggio di tre anni fa non contrasse il terribile morbo. Alla morte di Josepha, sua nuora, moglie di secondo letto del figlio, la reggente costrinse la giovanissima figlia Maria Josephine a seguirla per una preghiera davanti alla tomba: dopo pochi giorni, le due nobildonne mostrarono di aver contratto i sintomi della malattia. La fanciulla morì quasi subito; la sovrana, invece, le sopravvisse per tre anni ancora.
Al pensiero della sorellina tumulata, Joseph impallidisce.
"Cosa accadde, in realtà, in quella maledetta cripta?"
Per la sovrana, la perdita della figlia fu così dura che, finché restò in vita, se ne attribuì di continuo la colpa. La sua tempra d’acciaio, invece, iniziò a venir meno solo dall’ultimo anno.
"Sempre più spossata, solo dopo quattro giorni d’inferno mia madre realizzò che la sua ora era infine giunta...".
Erano da poco scoccate le nove di sera del 25 novembre quando, addobbata la Rittersaal, l’aula dei cavalieri dell’Hofburg, di nastri neri, dopo aver chiesto l’estrema unzione la sovrana ha esalato il suo ultimo respiro. La salma, circondata dai cari, su insistenza dei monaci agostiniani è stata fatta oggetto d’incessanti preghiere in suffragio  dell'anima sua.


Reggia di Versailles: ricostruzione del baldacchino funebre di Luigi XIV

"Forse che avesse qualche grave e innominabile peccato da espiare?" il kaiser ironizza. Rapporto d'odio e amore tra i due. Durante la malattia della madre, Joseph non si allontanò mai dal suo capezzale: salvo, scampato il pericolo tornare ad azzuffarsi.
La corte sosta di fronte alla chiesa dei cappuccini. Il confessore dell'imperatrice, un gesuita lombardo, scandisce i passi dell’orazione funebre.
«Al primo avviso funesto della morte  repentina della nostra sovrana, l'Europa tutta si scuote e pare mesta e pensosa sul suo futuro…Noi, noi medesimi l'abbiamo riguardata come una pubblica calamità! Quasi come un colpo di fulmine, che caduto di fronte ai nostri piedi ci ha sbigottiti.»
La bara viene sollevata dai membri dell’ordine della Chiave d’Oro: è ricoperta da un drappo di seta nera, dai bordi dorati. Ai suoi piedi, su due cuscini sono adagiate  le corone di Ungheria e Boemia. Il feretro è seguito dai dignitari di corte e dal corpo diplomatico viennese; la famiglia imperiale li segue dappresso.
«Chi fu allora a non dire, almeno tra sé e sé: ecco una delle più grandi regine dell'universo, improvvisamente abbassata dal trono al sepolcro, dai tesori alla nudità, dalle delizie al disfacimento, alla polvere?» tuona il gesuita.
L'accesso alla chiesa é illuminato da candelabri d'argento dai ceri sempre accesi; i vapori d'incenso trascolorano la realtà. Tutt’attorno al feretro è un girare, un rimescolarsi di gran cappe, d’alti pennacchi e spade da parata; uno strascico di pellicce e uniformi sfarzose. Come impone una vecchia tradizione che ancora lega gli Asburgo d’Austria a quelli di Spagna, gli alti gradi dell’esercito austriaco indossano costumi spagnoleggianti.
Joseph II squadra i cavalieri dall’alto al basso. “Parassiti, fautori di vecchie e detestabili mode..."


Vienna, Schatzkammer. Abito da parata imperiale (XVII sec.)

«Oh, giudizio di Dio, quanto è breve la vita, anche nei buoni sovrani! Quanto è mai falsa la luce del trono! Pare che il destino degli uomini sia quello di sotterrare i pensieri di morte, ancor prima di seppellire i morti stessi. S’intessono panegirici sulle ombre dei sovrani defunti…e mentre gli oratori si sforzano di farli comparire come eroi, noi cerchiamo di persuaderci che essi furono  soltanto uomini…».
Recitate le ultime orazioni,  sotto la guida del confessore la bara discende l'angusta scala che conduce ai sotterranei. Alle spalle della processione, tutte le porte varcate sono rigorosamente sbarrate.
La via del ritorno é chiusa.
Di fronte al portale d'accesso alla cripta, il corteo rompe il silenzio. Qualcuno bisbiglia «é strana cosa far risuonare il batacchio in un luogo abitato soltanto da morti: chi potrà mai udire i rintocchi?»
Il gesuita bussa con fare deciso.
«Qui est?»
Una voce sepolcrale echeggia dall’altra parte del portale bronzeo.
Il confessore, con voce imperiosa declama: «Maria Theresa Walburga Amalia Christina von Habsburg, imperatrice consorte del Sacro Romano Impero! Arciduchessa regnante d'Austria, re apostolico d'Ungheria, regina di Boemia! regnante di Croazia e Slavonia, duchessa di Parma e Piacenza…».

Vienna, Schatzkammer. aquila bicipite di casa Asburgo

«Nescimus!» risponde una voce cupa, interrompendo l’elenco di onorificenze. Noi non la conosciamo.
Il gesuita è incredulo. La fiamma delle torce vacilla; Joseph gesticola, incoraggiando il confessore a bussare ancora.
“Toc Toc!”
«Qui est?»
Prontamente, il ciambellano risponde: “Sua Maestà Imperiale!”.
«Nescimus!» ribadisce la voce, quasi ultraterrena. La via resta sbarrata.
Tra i membri del corteggio echeggiano frasi spezzate, inframmezzate a silenzi imbarazzanti; il confessore è paonazzo d'ira. Joseph sbuffa: spinge via il religioso e bussa con forza.
La voce, più terrosa e gutturale che mai, chiede per la terza volta chi osi violare il riposo delle anime.
«Una povera e miserabile peccatrice» ribatte il kaiser.
Concitata, silenziosa attesa. Il portone sferraglia, cigola, smagliando l’ordito di ragnatele invisibili. Il diritto di varcare la soglia é concesso soltanto nel momento in cui, spogliato il defunto di ogni blasone terreno, di buon grado i vivi accettano le regole del regno sotterraneo in cui tutti sono uguali di fronte alla morte.
Oltre la soglia li attende un drappello di frati incappucciati, dallo sguardo torvo: paiono nani delle Alpi,  nibelunghi usciti da un anfratto di saga germanica. Quello che sembra essere il priore invita gli ospiti ad accedere al luogo silente e inviolabile che prende il nome di "Kaisergruft".
La cripta imperiale.


Kaiserguft: infilata di casse della nobiltà minore

La cerimonia della tumulazione può avere inizio. Joseph trova che tutto ciò sia irritante. 
"Spazzerò via le ridondanti e ridicole  mode spagnole".
Il nuovo imperatore vuole far spazio a una nuova era: presto, la Ragione e la Scienza domineranno sulla fede cieca e superstiziosa.
Il percorso si snoda attraverso un tetro dedalo di gallerie sotterranee, metodicamente ampliate nel tempo: un complesso di ambienti scavati dal 1622 sotto il pavimento della Kapuzinerkirche, allo scopo di ospitare i sarcofagi di  145 e più membri del casato d'Asburgo. Al termine della  terribile Guerra dei Trent'anni che vide opporsi Protestanti e Cattolici in una strage senza fine, il 25 luglio 1632 la chiesa fu dedicata con la posa di una semplice bara contenente i resti mortali degli imperatori Mattia II e  Anna del Tirolo, committenti del convento e della cripta; l'atto simbolico sancì l’ingresso di diritto degli Asburgo d’Austria, con il titolo gravoso di  difensori della vera Fede, nell’Età Moderna.
"Periodo burrascoso, inaugurato da un crescendo di violenze, carestie e morbi virali" osserva Joseph, calandosi nella tenebra delle catacombe. "Un'altalena di conflitti mortiferi, dalle aggressioni dell’Islam ottomano incalzante da est, alle maledette guerre di religione con gli altri paesi europei..."
Il corteo avanza alla luce delle torce; sui lati della galleria si stende una lunga e greve teoria di sepolcri, fusi nel bronzo massiccio. Sotto un pesante velo di polvere incombe il lezzo della decomposizione. Come in un labirinto, il corridoio svolta bruscamente a destra. Passando accanto al sarcofago di Leopold I, difensore dei domini asburgici durante l’assedio turco del 1683, gli astanti si fanno il segno della croce. Alla luce sinistra delle torce, il catafalco  ostenta un teschio sogghignante la cui calotta cranica, lucida e oblunga, è coronata di  foglie d’alloro; sotto la mandibola ossuta penetra la lama di uno spesso e pesante spadone.
Emblemi di potenza e conquista, simboli di trionfo sulla morte.

Kaisergruft - Tomba di Leopoldo I (Von Hildebrandt, 1705)

L'apparato scultoreo é scaturito dalla fantasia fervida del von Hildebrandt, progettista del palazzo di Schönbrunn poco fuori Vienna: splendida reggia che arrivò a competere con la francese Versailles.
"Nonostante affermasse di amare la pace, re Leopold consumò la sua vita in guerra”, riflette Joseph. Eppure, il sovrano non fu favorito da un aspetto bellicoso, anzi: quell'ometto, già cagionevole di suo, aveva anche ereditato il caratteristico labbro sporgente degli Asburgo, tendente ad afflosciarsi verso il basso.
Tara ereditaria, risultato delle prolungate unioni tra consanguinei.
Sulla destra, sempre su disegno di Von Hildebrandt, troneggia la tomba del figlio di Leopold: Joseph I. Il catafalco è tempestato di scene a sbalzo, ispirate alle battaglie che lo videro protagonista della Guerra di Successione spagnola.
“Il prozio” rammenta tra sé e sé il giovane kaiser “procurò gravi perdite alle casse imperiali, che annualmente investivano circa 30.000 talleri soltanto per mantenere le spese dei lussi della corte viennese...".
Non per nulla era chiamato il re Sole di Germania. “Per non parlare degli oltre 300 musicisti impiegati per allietare le sue serate mondane..."
Il lieto vivere del sovrano finì bruscamente nella primavera del 1711, nel pieno della guerra: Leopold, nel corso di una battuta di caccia nel cuore della foresta asburgica, colto da un malore cadde da cavallo. Chiazze rosse e pruriginose, ovunque: il sovrano era stato contagiato dalla terribile epidemia di morbillo che in quegli anni investì l'Austria.
«Prozio Leopold» Joseph sospira. «La tua morte, improvvisa e senza eredi, mutò le sorti favorevoli della guerra in disastro». Scopertosi a monologare tra i pannello bronzei, Joseph  sobbalza. Il corteo non é più con lui: lo vede allontanarsi nella penombra, prima di sparire dietro una curva. L'hanno lasciato al buio.
«Dannato d'un gesuita, baciapile  lombardo!  Come ha osato?»
Nella penombra delle torce a muro pressoché esauste vi é una nuova infilata di tombe; imperatori e regine, condottieri e duchesse: una vera e propria galleria di personalità illustri occupa entrambi i lati della galleria. I catafalchi d'ancienne régime sono mausolei metallici, coronati da statue di putti colti nell'atto di reggere specchi ovali con le effigi ritratte dei reali. Il peso dei coperchi, talvolta, ha sfondato le casse  lasciando a nudo le misere spoglie mortali.
Piuttosto che un tempio dedicato alla fama, il Kaisergruft ha l’aspetto di un mausoleo medievale, celato ai pubblici onori per scampare ai saccheggi.
Non a caso “kriptē”, dal greco, indica uno spazio nascosto nel ventre della terra.

Kaisergruft - Tomba di Carlo VI (Von Hildebrandt, 1720)

Come dal nulla, il catafalco più  imponente di tutti si staglia  di fronte a Joseph.
«La tomba del nonno... »   
Per i gusti sobri del nuovo sovrano, lo stile barocco del catafalco di Karl VI tocca i vertici dell'abominio. Le imprese guerresche dell'imperatore inscenano un’immensa schermaglia corale: il riflesso di polverose battaglie si dipana a sbalzo su tutta la cassa; lance appuntite e vessilli ripiegati minacciano chiunque osi avvicinarsi. Sui quattro angoli del catafalco, i corpi scheletrici dei regni asburgici vigilano come antichi guardiani barbarici: ciascuno di essi, sul lucido cranio, porta una corona differente. L'impressionante macchina scenica é frutto del lavoro instancabile di Balthasar Moll: artista tirolese che, appresi i  rudimenti nella bottega paterna d'intaglio ligneo, entrò nel gotha dei più celebrati scultori barocchi.
Quando Joseph si inginocchia ai piedi dell'arca,  è talmente stordito dal tripudio di tutti quei teschi, vessilli, globi cruciferi e diademi vinti da non percepire il drastico abbassamento della temperatura che sta avviluppando l'intera cripta...
Il suo sguardo scivola sulle virtù allegoriche.
“Se i volti di queste fanciulle immortalate nel bronzo  sono stati castamente celati da un velo, non può dirsi altrettanto dei loro seni floridi”.
L'ennesimo putto regge uno specchio metallico: l'effigie a rilievo ostenta il ritratto di profilo di un uomo aitante, imparruccato e sicuro di sé.
«Nonno...dopo la morte del prozio, la tua ascesa al potere mutò le sfavorevoli sorti di casa Asburgo...».

Carlo VI d'Asburgo (F. Solimena, 1685-1711)

Karl, erede della tarda età barocca, cercò di riunire Spagna e Germania sotto la stessa corona: infrantosi il sogno, portò avanti la politica famigliare in Europa centrale fino a fondare la compagnia marittima di Ostenda,  al fine di contrastare il mercato inglese e olandese nelle Indie orientali. Nel 1733, sul finire della guerra di successione polacca, mentre le forze spagnole si spartivano il sud Italia Karl ottenne in eredità la Lombardia spagnola.
Milano, storica chiave d'Italia e dell'impero.
Il volto del defunto risplende di una luce chiara e palpitante, come un intenso scintillio fosforescente che lascia interdetti. In quel preciso istante, il tempo pare annullarsi...e Joseph assiste a eventi passati....
Entrato a Milano, l'imperatore Karl corse subito in Duomo per raccogliersi in preghiera di fronte alle spoglie di San Carlo Borromeo, protettore dalla pestilenza. Presto, la devozione nei confronti del santo ambrosiano lo avrebbe portato a erigere a Vienna un’immensa basilica a lui dedicata con tanto di colonne coclidi, su imitazione di quelle romane...

Milano,  duomo vetrata di S. Carlo Borromeo (1910)

«Superstitio!»
Suo nonno che adora le ossa di un santo: una visione che nausea Joseph più di qualsiasi epidemia.
Cigolio metallico. Una voce, gracchiante e inattesa, ferisce le sue orecchie sensibili.
«Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris!»
Sibilare di fauci sdentate: lo scheletro con la corona imperiale sul capo si é mosso e ha parlato!
"Ricordati, uomo: polvere sei e polvere ritornerai!"
Il kaiser arretra. Per la prima volta in vita sua, prova paura.
Orazione funebre, epitaffio estremo: Ammonimento, ossessione di retaggio medievaleggiante, assurge a un  terribile trionfo della Morte in pompa magna.

Gli occhi di Joseph si perdono nelle orbite vuote del teschio: la visione riprende il suo corso.
Lo sguardo del kaiser penetra con indiscrezione nelle stanze private del nonno, nel palazzo della Neue Favorita, finché non gli si para innanzi una visione raccapricciante: Karl si contorce fra atroci spasmi, nella penombra del suo sfarzoso letto a baldacchino.
«Tu vedi, ora sai!»
Il teschio sogghigna. La sua mano scheletrica ha colto un cespo di funghi bianchicci nel bosco: cappelli verdognoli e gambi lunghi, riposti nel cesto parevano vecchie tibie incrociate.
«L'amanita phalloides  é infine giunta sulla tavola del sovrano vanesio e superstizioso» sogghigna la Morte. Sapore di funghi marcescenti, in fondo alla gola: Joseph è colto da un conato di vomito. La stanza inizia a girare.  Di fronte al pavimento che slitta vorticosamente, il suo impulso immediato è quello di fuggire. 


Duomo di Milano, scuròlo di S. Carlo (F. M. Richini, 1a metà '600)
“Al momento del decesso, gli Asburgo erano vessati dai debiti”. La fronte di Joseph è imperlata di sudore. “Il tesoro imperiale conteneva meno di 100.000 fiorini e la diserzione di molti soldati aveva indebolito le armate.” Cosa peggiore, nemmeno il nonno aveva figliato eredi maschi...
"I tempi non parevano ancora maturi per una successione femminile…eppure mia madre, battendosi, andò oltre ogni pronostico!" esclama Joseph, esorcizzando la visione mortifera.
In virtù della Prammatica Sanzione emanata dallo stesso Karl, nel 1740 la giovane e bella Maria Theresa divenne la prima e unica donna della Casa d'Austria ad ereditare il governo dei vasti possedimenti imperiali. La validità del trono, rifiutata da Francia, Spagna e numerosi regni tedeschi, gettò l'Europa centrale in una nuova guerra di successione: quella austriaca, dalla quale la tenacissima Maria Theresa uscì vittoriosa. Eppure la Asburgo capì che non sarebbe stata mai eletta al soglio imperiale alla stregua di un uomo: la ragion di Stato imponeva un marito.
Joseph annaspa, in cerca di spiegazioni. In fondo alla tenebra ode il salmodiare dei frati; il fruscio delle pagine di un salterio annuncia una voce grave e stentorea.
Un funerale.


Funghi del genere "amanita phalloides"

Il viaggio continua: così dev'essere. L'imperatore é trasportato da forze invisibili all'interno all'ampia Maria-Theresien-Gruft, voltata da una cupola in cui i raggi rifiutano di penetrare. Il mausoleo accoglie il fastoso doppio sarcofago rococò di Maria Theresa e  Franz di Lorena: capolavoro del Moll, é il risultato di vent’anni di duro lavoro.
“Sposando mio padre,  mia madre finse di accontentarsi del ruolo, apparentemente fittizio, di imperatrice consorte.”
Al suono delle trombe del Giudizio, i simulacri della coppia imperiale, giacenti sul coperchio, paiono destarsi dal sonno della morte; mentre un putto regge una ghirlanda di stelle sulle loro teste, i coniugi si guardano dritto negli occhi. Le nude Virtù velate sotto i panneggi bronzei paiono sudari mortiferi; i rilievi ricordano i momenti cruciali della loro vita: le cerimonie in pompa magna, le incoronazioni...
Maria Theresa, un governo tutto al femminile.


Kaisergruft, Tomba di Maria Teresa e Francesco di Lorena (B. Moll , 1751-72)

"L'età teresiana passerà alla storia  come un periodo ricco di riforme economiche, sociali e di grande sviluppo culturale…”.
Sotto sotto, il kaiser stima sua madre: come donna e come regnante. Purtroppo, pur concedendo la co-reggenza sia al marito Franz sia al figlio, Maria Theresa di fatto impedì a entrambi d'intervenire negli affari di Stato. Ora che la via é libera, Joseph potrà finalmente portare a termine i suoi progetti di despota illuminato.
"Il mio grande sogno: garantire la certezza del diritto, abolendo la tortura e riducendo i reati che implicano la pena di morte; requisire i beni dei ricchi monasteri e dei  luoghi di culto che non adempiono più a funzioni umanitarie e donarli  agli ospedali; vietare la caccia alle streghe e impedire la conversione forzata delle minoranze religiose, in particolare ebraiche."
Tutte riforme che sua madre, di mentalità ancora tardo barocca, non aveva mai osato applicare.
A lato del catafalco vi é il sarcofago di Maria Isabella di Parma, che fu sua prima moglie...intelligente, malinconica e bella, croce e delizia della corte viennese…
Ripensando al suo fiore  spentosi anzitempo, Joseph sospira. "Non mi fosti sempre fedele" rammenta l'Asburgo "ma in fin dei conti, non saprei provare gelosia: casomai odio, per la donna che amasti...che  per giunta, era mia sorella Maria Cristina…"
Scandalo a corte!
Almeno, finché uno sfortunato parto non stroncò Maria Isabella, ancor giovane, mettendo tutti a tacere. Qualche anni più tardi, invece, Maria Cristina sarebbe morta sfigurata dal vaiolo. Il Canova ha immortalato il suo sepolcro nella chiesa viennese degli Agostiniani. 
Sull'altro lato del catafalco si erge la tomba della sua seconda moglie, Maria Josepha: inconsapevole pedina di Maria Theresa, che pretendeva  a ogni costo un erede. Le seconde nozze portarono all'infelicità di entrambi gli sposi: Joseph, che dopo la morte dell'amata non avrebbe mai desiderato risposarsi, per giunta trovava Maria Josepha repellente.
"Con lei vissi quasi da scapolo, incontrandola giusto a tavola e a letto...vi ero costretto".
Nel 1767, dopo soli due anni, anch’ella morì di vaiolo, ponendo fine alla situazione incresciosa. A lato, la piccola bara di Josephine: di fronte all'epitaffio della sorellina prediletta, una domanda assillante torna a martellare i pensieri del giovane kaiser...
"Cosa accadde, in realtà, in questa maledetta cripta?"
In cerca di risposte, il neo-imperatore si avvicina al sepolcro della sua seconda moglie e lo esamina: tra cassa e coperchio, un sottile spiraglio.
Joseph inizia a sudare. "Oh mio buon Dio!" 
La tomba era stata sigillata in modo approssimativo...


Tomba di fanciulla (Maria Giuseppina?)

"Come fu possibile?"
Il pensiero di quelle dita ossute, già sorprese nell'atto di cogliere funghi mortali, si fa spazio nella sua psiche indebolita: può immaginarle insinuarsi, dissigillare la tomba e seminare il morbo...
"Qual terribile paradosso, quello di mia madre"...sussurra Joseph, sarcastico. “Dedicare una vita a riformare il sistema sanitario, costruire ospedali moderni e perfino sottoporre i suoi figli a vaccinazioni forzate…per poi morire in maniera così stupida…e superstiziosa".
Improvvisamente, l'imperatore s’irrigidisce. Il Maria-Theresien-Gruft non é vuoto: una silhouette non del tutto visibile, confusa nella penombra, si aggira inquieta.
"Una dama in nero."
 Vaga da un sepolcro all'altro, sospirando flebilmente. Forse una gentildonna del corteggio reale che, come lui, si é perduta nel kaisergruft?
«Madama?»
La figura si ferma. Si volta.
«Joseph?»
Sul suo volto pallido spicca un paio di orbite vuote.
«Perché, quando ero stesa sul letto di morte, non venisti a trovarmi mai?»
Senza toccare il terreno, lo spettro della defunta si accosta al kaiser.
«Perché non presenziasti al mio funerale?»
Maria Josepha…di fronte al suo sposo, la donna ostenta le piaghe putride del vaiolo.
«Perché non portasti mai un fiore alla mia tomba?»
Lo spettro della consorte sembra aver perso quell’indole timida e mite, che in presenza del marito la faceva ogni volta tremare...
«Joseph...io ti amavo.»
Il kaiser è sconvolto. Non può credere…davvero, non può crederci…
La donna in nero non proferisce più verbo. Si limita a sussurrare, indicando il pavimento.    
Ai piedi del catafalco di Maria Theresa e Franz Stephan, dove prima non vi era nulla si scorge un sarcofago semplice e austero. L'imperatore fissa la lapide per un lasso di tempo che gli pare un’eternità.
"Qui giace Joseph II, colui che fallì qualsiasi cosa intraprese".
Un grido silente, nel cuore ipogeo del kaisergruft. Coronata e trionfante, la Morte sogghigna, facendosi beffe delle vanità e debolezze dei miseri mortali.


Testo e Foto (tranne 3 e 11, wikipedia): Marco Corrias alias Marc Pevèn

                                                           
 

Londra, abito dark in Camden town

Bibliografia:
AA.VV La Cripta Imperiale presso i Padri Cappuccini a Vienna. Guida. Ebenda 2000
J. P. Bled, Maria Teresa d'Austria, Bologna, Il Mulino, 2003
E. Crankshaw, Maria Teresa d'Austria - Vita di un'imperatrice, Milano, Mursia, 2007

E. Ferri, Maria Teresa. Una donna al potere, Milano, Mondadori, 2008